“La schedina tra le dita può cambiare la tua vita”. Toto Cutugno rischia di non poter più cantare il suo ritornello. Il Totocalcio sta per dirci addio. Colpa della manovra del governo pentastellato. “Non lo aboliamo, ma lo rilanciamo”, precisa il sottosegretario alla vicepresidenza del Consiglio, Giorgetti. Poi parla di “prodotto nostalgico che può piacere”. Ma così, con un tratto di penna, si spinge nel burrone dell’oblio settant’anni di storia popolare italiana. 1, X, 2. La parsimoniosa scelta delle doppie. L’azzardo costosissimo di una tripla. I sistemisti come spericolate comitive del destino. La “figlia” al giocatore, lo “spoglio” al tabaccaio, la “matrice” al Totocalcio.

Niente penne colorate, please. Un righello a spezzare la carta, il timbro, e l’attesa di quasi un giorno. Si giocava fino alla chiusura dei tabaccai il sabato sera. Striscetta della schedina tenuta con delicatezza nel portafoglio che nemmeno un preservativo, mente rivolta al possibile “sghetto”, montepremi che si gonfiava come un pallone. Non potremo più dire “ho fatto 13”. Da oggi quel numero, quello della fortuna improvvisa, quello dei milioni e dei miliardi, è un numero come un altro. Tutte le partite di A, una spruzzatina di serie B, una pesca a strascico tra C, D e un Fanfulla qualsiasi. Scervellarsi sulle probabilità che la Cavese ha di battere il Monopoli sarà per sempre un esercizio per intenditori della sorte. Niente software a calcolare le probabilità. Solo immense botte di culo.

La storia ufficiale del Totocalcio è stampata e raccontata in ogni dove, ma da qualche anno stava già ammuffendo nelle cantine del ricordo nazionalpopolare. La preparazione tattica durante la settimana, la fila con la schedina in mano il sabato, il rito della domenica. Un buon antropologo di oggi per dare significato e spessore alla lettura della società italiana del Dopoguerra dovrebbe effettuare un carotaggio nella mistica dell’attesa di un “13” che legava credenti e non, sinistri e destri, uomini e donne. Prima dello “spezzatino” delle partite. Prima dell’avvento dei centri scommesse. Prima della rivoluzione digitale. La suspense di una domenica qualsiasi iniziava in contemporanea ai contenitori tv del pomeriggio. I famigerati risultati in sovraimpressione.

La linee sottili di lettere e numeri mentre Mino Damato camminava sui carboni ardenti o mentre Gianni Minà intervistava Benigni e Troisi. L’Avellino che vince a Roma. Il pareggio del Verona a San Siro. Il dubbio che ci fosse stato un errore dell’astonista. E per un “refresh” definitivo bisognava attendere almeno la fine primo tempo. Quando Lino Banfi in Al bar dello Sport (1983) verifica uno per uno i risultati delle partite lo fa ascoltando alla radio Tutto il calcio minuto per minuto. Il “dodici” è già motivo di sollazzo infinito. Petto e panza nuda. La corsa attorno ai divani del soggiorno. Lino si inginocchia e beve perfino l’acqua della vaschetta delle tartarughe. Intanto alle sue spalle proprio sullo schermo tv, mentre scorre il Muppet Show, si materializza il miracolo. Juventus-Catania 1 a 2. E sotto il marcatore: Cantarutti. Un miliardo e trecento milioni all’unico tredici. Di cui un tredicesimo al muto avventore del bar, Parola (Jerry Calà), che l’aveva spinto a quel 2 malandrino.

Il Totocalcio che unisce l’Italia. Tutti uguali davanti ai risultati del calcio domenicale. Tutti ipnotizzati davanti a Paolo Valenti, il sacerdote ultimo del Totocalcio. È 90esimo minuto a suggellare i risultati, confermare il montepremi e a concedere in anteprima le quote dei vincitori. La schedina, cantava il Toto nazionale, può cambiare la tua vita. Vessati da parenti serpenti come il Lino de Al bar dello sport, o da una suocera invadente con l’obbligo del pranzo della domenica come per il Franco/Diego Abatantuono di Eccezzziunale veramente (1982). Carrarese-Pro Patria X. Gioia contenuta, training autogeno in bagno per Franco, poi la vendetta del tredicista fortunato che spiaccica la torta in faccia all’insopportabile vecchia. Peccato che gli amici della ricevitoria, Boldi, Teocoli e Ugo Conti, gli avessero fatto uno scherzo. Addio Totocalcio, forse. Addio sogni realizzati indovinando un banale pareggio del Catanzaro al Comunale di Torino. La scommessa è algoritmo. La sorte si calcola con precisione millimetrica. La burocrazia governativa “razionalizza”. Il Totocalcio si accorpa a qualunque altro garbuglio d’azzardo senz’anima. E un vento gelido soffia sui ricordi naif di una schedina stropicciata in tasca. Quando oltre agli “stranieri” pagati a peso d’oro, il calcio avrebbe potuto rendere miliardari anche il bracciante lucano e la casalinga di Treviso.

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