“Fino a quando ci saranno frontiere militari, giuridiche o economiche che mettono a repentaglio la vita di persone costrette a emigrare in cerca di una vita migliore ci saranno ‘delinquenti solidali’ come noi che li sosterranno lungo il loro viaggio”. Così Benoît Ducos, 48 anni, falegname e volontario del soccorso alpino di Briançon, commenta la condanna per “favoreggiamento all’ingresso in territorio francese di persone senza documenti” di fronte alle trecento persone accorse fuori dal Tribunale di Gap per manifestare la propria solidarietà a lui e alle altre sei persone imputate nel giorno della sentenza di primo grado.

Quattro francesi, due svizzeri e un’italiana: condanna a sei mesi con sospensione condizionale per Benoît Ducos e Lisa Malapert, Eleonora Laterza, Théo Buckmaster e Bastien Stauffer; dodici mesi di cui otto di condizionale e quattro di prigione, più due anni di “messa in prova” per Mathieu Burellier e Jean-Luc Jalmain.

L’accusa si riferisce allo ‘sconfinamento’ avvenuto durante la manifestazione dello scorso 22 aprile, indetta per sostenere la libertà di circolazione in solidarietà ai migranti bloccati alla frontiera e contestare la sospensione di Shengen prorogata dal governo francese ormai da oltre tre anni. Una manifestazione nata anche in risposta alle scorribande di un manipolo di militanti del movimento di estrema destra francese “Génération Identitaire che in quei giorni avevano inscenato un ‘blocco’ del Colle della Scala e avevano organizzato alcune ronde abusive finalizzate a intercettare i migranti sui sentieri e segnalarli alla polizia francese.

All’iniziativa di solidarietà ai migranti e contro le frontiere avevano preso parte oltre duecento persone che erano riusciti a ‘aggirare’ pacificamente il timido cordone di polizia francese e percorso in corteo la strada che da Claviere (l’ultimo paese dell’Alta Val di Susa) porta a Briançon, in Francia.

La tesi della Procura, fatta propria da questa prima sentenza del Tribunale di Gap, è che i sette imputati abbiano preso parte alla manifestazione pienamente consapevoli che all’iniziativa erano presenti alcuni “stranieri” che avrebbero così avuto modo di passare irregolarmente in territorio francese. Quello che non è chiaro, e non è emerso nel corso del dibattimento, è il motivo per il quale le indagini si siano concentrate, nei giorni successivi alla manifestazione, su queste sette persone, tra le duecento che hanno preso parte al corteo, e forse è questa la ragione che aveva portato inizialmente la Procura di Gap a chiedere l’aggravante di favoreggiamento all’ingresso di stranieri irregolari “in banda organizzata”, che avrebbe comportato una pena di 10 anni e 750 mila euro di multa. Questa tesi è stata tuttavia completamente smontata in fase di dibattimento. Secondo quanto emerso durante le udienze, infatti, i sette imputati non avevano particolari connessioni tra loro e l’unica finalità dalla quale risultano legate è stata quella di “manifestare legittimamente per contestare politiche di gestione della frontiera”.

I legali degli attivisti hanno già dichiarato che presenteranno ricorso, anche alla luce della assoluzione definitiva della Cassazione ottenuta mercoledì 12 dicembre dal contadino solidale della Val Roja Cedric Herroe dalla sentenza che, nei mesi scorsi, ha scagionato lo stesso Benoît, per l’altro processo che ha dovuto affrontare a marzo (con le stesse accuse di “favoreggiamento”) per aver soccorso e accompagnato in ospedale una giovane donna nigeriana all’ottavo mese di gravidanza che, insieme al marito e ai figli, si trovava a 1.900 metri di quota sul Monginevro.

Dati alla mano (sulla ‘rotta alpina’ come a Ventimiglia) l’aumento dei controlli da parte della polizia di frontiera francese e la riduzione della presenza di attivisti e solidali sul territorio di frontiera non ha portato a una riduzione del flusso di migranti, bensì a un aumento dei rischi che queste persone (teoricamente costrette a restare in Italia dal Regolamento di Dublino) sono disposti a correre per passare.

Così hanno perso la vita tra i boschi del Monginevro Mohamed Fofana e Mamadou Diallo, le cui salme sono state ritrovate con in tasca fogli di espulsione dal territorio francese, e Blessing Mathew, scivolata mentre scappava dalla gendarmerie e annegata nel torrente Durance.  Tre morti in pochi mesi e decine di persone salvate solo grazie all’intervento tempestivo del soccorso alpino, che si vanno ad aggiungere alle vittime della chiusura delle altre frontiere italiane (dal 2015 a oggi sono oltre 25 le persone che hanno perso la vita in questi tentativi.

È questo il contesto che ha spinto gli abitanti di Briançon a organizzarsi nella rete ’Tous Migrants’ che si impegna a offrire un luogo caldo e sicuro a riesce a valicare la frontiera. Come riportato sul Dossier Statistico Immigrazione, pubblicato come ogni anno dal Centro Studi e Ricerche Idos e Confronti, le persone riconsegnate dai francesi alla polizia italiana (al netto delle riammissioni illegittime di cui ovviamente non si ha traccia) tra il giugno 2017 e il giugno 2018 sono state 5.960 verso Bardonecchia e 750 verso Claviere (il 9% delle quali donne e il 2,5% minori).

I principali paesi di provenienza dei soggetti respinti dai francesi verso i paesi dell’Alta Val Susa sono Pakistan (770 persone), Nigeria (620), Albania (615), Mali (450), Tunisia (350), Senegal (345), Costa d’Avorio (320), Guinea (300), Marocco (270), Afghanistan (200) e via via ben altre 60 nazionalità. Nel 2015 gli espulsi dalla Francia verso l’Italia, da queste parti, erano stati 700, nel 2016 6.317, nel 2017 oltre 6.500. Numeri così elevati fanno pensare che non venga espulso dalla Francia solo chi viene sorpreso a valicare il confine, nel limite di 20 chilometri come previsto dall’accordo tra i due paesi, ma anche persone identificate all’interno del paese, con le stesse modalità osservate dal 2015 alla frontiera di Ventimiglia.