Tra le regole monastiche più preziose c’è sicuramente quella del silenzio. E’ un grande riparo anche per chi ha altre incombenze da affrontare. Prendiamo il caso di Luigi Di Maio. Ha soltanto 32 anni e già deve tener testa ad altissime responsabilità. Facendo il politico ha immaginato che la parola fosse tutto, e perciò ingenuamente ha calcolato che quante più parole avesse liberato la sua bocca, e quante più idee e promesse avesse immaginato di proporre, tanto più il suo status si sarebbe elevato. Non ha purtroppo conosciuto un monaco che gli spiegasse la regola aurea del silenzio. L’avesse incontrato sulla sua strada avrebbe evitato un sacco di guai. Da ultimo, per esempio, non avrebbe ricordato le virtù legalitarie del suo papà imprenditore per poi scoprire in lui il vizietto del lavoro nero. Fosse stato aiutato dal silenzio, non avrebbe urlato le peggiori cose contro l’Unione europea, trovandosi adesso nella difficile condizione di riparare alle urla con qualche scusa. Silenziando la sua favella avrebbe sicuramente rinunciato a promettere l’eliminazione della povertà, così come a immaginare che in tre mesi avrebbe fatto scintillare i centri per l’impiego e in sei mesi avrebbe dato un lavoro ai migliaia che lo aspettano. Avrebbe, nel silenzio, valutato meglio – al tempo della formazione di questo governo – l’azzardo di chiedere l’impeachment del presidente della Repubblica, e scelto con più cura i suoi collaboratori, come anche i ministri e i sottosegretari. Nel silenzio avrebbe indagato le virtù della competenza che impongono di spiegare agli altri la soluzione di un problema solo quando si è sicuri di conoscere il problema.

Col silenzio avrebbe sicuramente evitato epiteti nei confronti dei giornalisti, perché il tribalismo dell’eloquio non fa rima con gli obblighi dell’ufficio. Nel silenzio avrebbe infine difeso meglio la sua reputazione, messa così a dura prova dalla sfrontatezza del suo ingegno, e custodito per tempi migliori la prova che lui è effettivamente migliore degli altri. Si chiuda ora nella sua stanza, rinunci alle televisioni per una settimana almeno, e anche a Facebook e a tutti i consigli di Casalino.

Imponga alla sua ugola una vacanza, un periodo di requie.

Lui ne godrà in prestigio, e noi italiani tireremo un sospiro di sollievo, benché breve.

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