di Luigi De Gregorio

La privazione di lavoro per i dipendenti di un’azienda è una grave perdita economica. Ma non solo. Le conseguenze sono anche di ordine psicologico, famigliare, sociale. Non raro perfino il suicidio. Ultimo caso specifico di licenziamento in massa è quello della Pernigotti: 200 dipendenti. A fronte della tragedia dei lavoratori c’è l’azienda (proprietà e management) che mette in atto una delocalizzazione facendo leva sull’autonomia gestionale e sui minori costi necessari per poter competere.

Ricordiamo che la proprietà è la società turca Toksoz che acquistò la Pernigotti nel 2013, la cui facile strategia consiste nella realizzazione del combinato disposto di marchio forte e costi di produzione bassi in Turchia rispetto a quelli del Paese d’acquisto dell’azienda. Il tutto realizzato nell’arco di cinque anni. Strategia vincente per Toksoz. Perdente per il Paese Italia, per i cittadini italiani e in particolare per i dipendenti della Pernigotti.

In generale quando un’azienda con prestigioso marchio (alimentare e non) passa a mano straniera, da ogni punto di vista è un danno. Se le aziende sono decine e di uno stesso comparto, allora trattasi di disastro perché trattasi della morte industriale di quella branca produttiva. Se in particolare si tratta del settore alimentare allora siamo di fronte a una catastrofe nazionale. Perché sappiamo tutti che il food italiano è una delle perle del made in Italy. Che i nutrizionisti, medici, chef, cultori del cibo, testimonial italiani e stranieri lo incensano, lo glorificano. Che è il simbolo della cucina mediterranea. Che, dati i due punti forza quali il piacere gastronomico e la buona salute, potremmo avere una missione edonistica e una missione di buona salute a livello planetario.

Ebbene, in folle contrasto con tutto ciò, noi vendiamo i gioielli dell’industria alimentare. I marchi più noti. Nel lontano 1988 Buitoni e Perugina, nel 1993 Antica Gelateria del Corso, nel 1995 la Stock, nel 1998 Locatelli e San Pellegrino. Nel nuovo millennio Peroni, Invernizzi, Galbani, Carapelli, Sasso, Fattorie Scaldasole, Bertolli, Rigamonti Salumificio, Orzo Bimbo, Italpizza Delverde Industrie Alimentari, Boschetti Alimentare, Ferrari Giovanni Industria Casearia SpA e così di seguito fino alla Pernigotti (2013).

Un elenco disonorevole. Ma cosa occorre fare? Abbandonare l’individualismo aziendale e fare sistema. Una politica di sistema Italia, senza la quale le singole aziende sono più facilmente preda delle acquisizioni da parte dei gruppi stranieri. Insieme si può potenziare l’esportazione che non è forte come spesso si crede. Infatti abbiamo una prima situazione assurda dell’export del food italiano (43,7 mld di dollari), al confronto con Paesi quali il Belgio (43,9 mld), la Germania (86,8 mld), l’Olanda (92,8 mld) – dati aggiornati al 25 aprile 2017.

Insieme si può combattere l’Italian sounding che vale circa 90 mld, praticamente sottratti all’export italiano. Seconda situazione assurda: l’illecito vale quasi tre volte l’export. Un fenomeno di agro-pirateria in cui i produttori stranieri creano dei prodotti che “suonano italiano”. Alcuni esempi: Parmesan che imita il Parmigiano reggiano, Mozarella che viene spacciata per mozzarella di bufala, salsa Pomarola venduta in Argentina, Zottarella prodotta in Germania, Spagheroni olandesi.

Insieme si può realizzare una catena di pr (punti di ristorazione) nel mondo. Un Paese come l’Italia che non riesce a far crescere i consumi interni può invece, attraverso una rete di pr, creare dei consumi all’estero. Verrebbero offerti solo piatti della cucina italiana con prodotti esclusivamente italiani. Insieme e solo insieme si possono evitare altre situazioni simili alla Pernigotti.

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