Correva l’anno 2003. Governo Berlusconi, ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Lo Stato vendette il 10,3% di Enel, il 10% di Eni, il 35% di Poste Italiane, il 100% dell’ex Ente tabacchi italiani e il 30% di Cassa depositi e prestiti: una campagna di privatizzazioni con pochi precedenti, che fruttò alle casse pubbliche 16,6 miliardi di euro. E’ stata quella l’ultima volta che le entrate dalla cessione di quote in società partecipate hanno superato l’1% del pil. Era andata meglio solo nel 1997, l’anno in cui fu venduta Telecom, e nel 1999, quando andò sul mercato la prima tranche di Enel. Il governo gialloverde ora mette nero su bianco di voler raggiungere i 18 miliardi, escludendo i ricavi attesi dalla cessione di immobili pubblici. E nonostante come è noto il Movimento 5 Stelle sia, al contrario, incline a riportare competenze nel recinto statale (vedi le prese di posizione sulle concessioni non solo autostradali e sulla necessità di una “banca pubblica“).

La tentazione Cdp. “Ma non c’è ancora una lista precisa” – Che cosa si intenda vendere, per ora, non è dato sapere. Il vicepremier Luigi Di Maio si è limitato a escludere “gioielli di famiglia”, affermando che “Eni, Enel, Enav non finiranno in mani private, devono rimandare saldamente nelle mani dello Stato”. Parole che in teoria non escludono un’eventuale cessione a Cdp, controllata dal Tesoro ma il cui bilancio non incide sul debito perché è fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. Il rischio stavolta è che Eurostat stavolta si metta di traverso e obietti che ulteriori acquisizioni farebbero della Cassa un soggetto pubblico a tutti gli effetti. E addio maquillage del debito. Certo per ora nessuna decisione è stata presa: il ministro Giovanni Tria attraverso la portavoce fa sapere che “non c’è ancora una lista precisa, la stanno studiando: sono state identificate delle aziende, sì, ma ora si sta decidendo alla luce degli andamenti del mercato…”. Certo l’idea di ridurre il debito mettendo sul piatto le partecipazioni pubbliche è tutt’altro che originale: inserire nei documenti di programmazione economica ambiziosi obiettivi di privatizzazione è diventata un’abitudine. Ma a consuntivo i risultati hanno puntualmente deluso le attese.

Anche Monti puntava all’1%. Risultato: partita di giro da 8,7 miliardi – Nel 2012 per esempio il governo Monti, insediato al culmine della crisi del debito sovrano e con un’economia in profonda recessione, mise in campo “un piano straordinario di valorizzazione e vendita del patrimonio di proprietà delle Amministrazioni pubbliche” che comprendeva la vendita alla Cdp delle partecipazioni statali in Sace, Fintecna e Simest e da cui contava di ricavare, a regime, “risorse stimate pari a circa 1 punto percentuale di pil all’anno“, esattamente l’obiettivo dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. In quel caso però avrebbero dovuto contribuire anche gli immobili pubblici, da “valorizzare” sia conferendoli a una Società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia (Invimit) sia facendoli acquistare alla stessa Cassa depositi e prestiti. Alla fine non è andata male, se si è disposti a sorvolare sulla partita di giro con la Cdp che è controllata proprio dal Tesoro: dal mattone di Stato è arrivato più di un miliardo e la cessione del 100% di Sace e Fintecna e del 76% di Simest ha fruttato 8,7 miliardi. Il totale è stato comunque ben più basso rispetto al target dell’1% del pil di quell’anno, 15,8 miliardi. Certo non abbastanza per ridurre il rapporto debito/pil, che è passato dal 120,1% del 2011 al 127%.

Le ambizioni di Letta e l’obiettivo dimezzato – Non è andata altrettanto bene ai successivi inquilini di Palazzo Chigi. Nella primavera 2013 Enrico Letta e il suo ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni decisero di rimanere nella scia dei predecessori e nel Documento di economia e finanza confermarono l’obiettivo dell’1% di ricavi l’anno. Cinque mesi dopo però dovettero ritrattare e non di poco: “Pur restando fermo l’impegno a proseguire sulla strada delle privatizzazioni”, ammisero nella Nota di aggiornamento al Def, “il governo ha ritenuto opportuno dimezzare l’ambizioso obiettivo per renderlo più realistico e fattibile, anche in considerazione delle ancora difficili condizioni del mercato immobiliare e finanziario”. Risultato? Quell’anno, come attesta la Relazione sulle privatizzazioni della direzione Finanza e privatizzazioni del Tesoro di novembre 2016, di quote in aziende pubbliche non ne è stata venduta nemmeno una. 

I flop di Renzi e Padoan – Nel 2014 arriva Matteo Renzi e il nuovo titolare del Tesoro, Pier Carlo Padoan, rialza il tiro e scommette su introiti pari allo 0,7% del pil per quell’anno e i tre successivi. Passa l’estate e le ambizioni si ridimensionano: nella Nota al Def l’obiettivo per l’anno scende allo 0,3% nonostante il Tesoro rivendichi di aver avviato un programma di dismissioni di quote in Poste, Enav e della holding di STMicroelectronics. A fine anno è praticamente un nulla di fatto – la quotazione in Borsa di Fincantieri è un flop – ma Padoan in un’intervista al Messaggero, dopo aver ammesso che “il debito crescerà anche nel 2015”, promette: sarà “l’anno per le privatizzazioni del governo”, “collocheremo subito un’altra quota di Enel, poi procederemo con Poste, Enav e probabilmente Fs“.

A febbraio in effetti va in porto la cessione del 5,7% del gruppo energetico per 2,2 miliardi e a fine ottobre dalla quotazione del 35% di Poste arrivano 3,1 miliardi. Si arriva così a 4,2 miliardi, lo 0,2% del pil. In aprile è tempo di un nuovo Def e il Tesoro deve mettere nero su bianco che “l’anno delle privatizzazioni” sarà meno ricco del previsto: gli introiti attesi per l’anno in corso si fermano allo 0,4% del pil. Non ci si arriverà. Ma si continua a sognare: “Tra il 2016 e il 2018 il programma di privatizzazioni consentirà di mobilizzare risorse pari a circa l’1,3% del pil“. Il debito è al 132,6% del pil.

Gentiloni ridimensiona le attese – Nel 2016 il bagno di realtà è gelato: con l’avvicinarsi del referendum costituzionale sui mercati si balla, la riduzione del debito/pil (che in quell’anno è al 132,8%) viene ulteriormente rimandata e nella Nota di aggiornamento al Def i proventi attesi da privatizzazioni crollano allo 0,1% del pil. La quotazione di Fs è rinviata al 2017. In agosto debutta a Piazza Affari Enav, operazione che porta in cassa poco più di 800 milioni. Il futuro però continua a essere roseo, stando ai documenti ufficiali, che persistono nel puntare su ricavi pari allo 0,5% del pil per gli anni successivi, con un lieve declino nel 2019 (0,3%). Il governo Gentiloni, che si insedia nel dicembre di quell’anno, conferma Padoan sulla poltrona più alta di via XX Settembre ma è più cauto e lima gli introiti allo 0,3% del pil sia quell’anno sia i successivi. Il ministro continua a evocare la quotazione delle Ferrovie, che non andrà mai in porto.

Nel 2018 si insedia il governo gialloverde. Il contratto sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle non fa cenno alle privatizzazioni come strumento per ridurre il debito. I Cinque Stelle nel loro Programma di sviluppo economico elaborato prima delle elezioni avevano messo in guarda sulla necessità di “subordinare il processo di privatizzazione sia di Ferrovie dello Stato S.p.A. che delle altre società a controllo pubblico ad un ampio confronto tra Governo e Parlamento”, anche per “rivedere la decisione di vendere asset vincenti del patrimonio pubblico per il solo fine di pervenire ad una minima riduzione dello stock di debito pubblico, scelta perdente nel medio e lungo periodo”.