Nessuna marcia indietro sul deficit, tranne una rassicurazione sul fatto che in caso di superamento del 2,4% del pil il Tesoro assumerà “iniziative correttive” non meglio specificate. Nessun ripensamento sulla previsione di crescita per il 2019, che resta all’1,5% nonostante il rallentamento dell’economia nel terzo trimestre di quest’anno e le stime più basse delle istituzioni italiane e internazionali. Il governo gialloverde, nel nuovo Documento programmatico di bilancio inviato martedì notte alla Commissione europea dopo la bocciatura arrivata il 23 ottobre, tiene il punto su numeri che aprono ora la strada a una procedura di infrazione per deficit eccessivo per violazione della regola del debito. Perché continua a ritenere “prioritaria l’esigenza di rilanciare le prospettive di crescita”, “di affrontare le difficoltà sociali indotte dall’andamento negativo dell’economia” (con il reddito di cittadinanza) e di “attenuare le rigidità e i vincoli introdotti nel sistema pensionistico” (con la quota 100), ed è convinto che la strada giusta sia fare più deficit.

Le uniche modifiche appaiono quasi provocatorie, da parte di un Paese che ha rivendicato di non aver rispettato il Patto di stabilità: la richiesta di 3,6 miliardi di flessibilità per interventi contro il dissesto idrogeologico e per la “messa in sicurezza dalla rete di collegamenti” e, sul fronte del debito, la scommessa di ridurlo con un piano di vendita di partecipazioni statali e privatizzazioni da 18 miliardi (l’1% del pil) nel solo 2019. Senza dettagli su quali sono i gruppi pubblici di cui si intendono cedere quote.

Nell’ultimo decennio, per fare un confronto, dalle dismissioni sono arrivati non più di 1,2 miliardi l’anno. E nella nota di aggiornamento del Def gli incassi dalle dismissioni erano indicati allo 0,3% del pil l’anno (5,4 miliardi comprendendo anche la possibile revisione del sistema delle concessioni, oltre a 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020 attesi dalla vendita di immobili pubblici. Negli ultimi anni la Corte dei conti ha sottolineato che il contributo delle dimissioni alla riduzione del debito pubblico è certamente necessario ma “difficilmente potrà risultare determinante nel breve-medio periodo”. In ogni caso questi maggiori introiti, secondo il governo, tenuto conto anche “del loro impatto anche in termini di minori emissioni di debito sul mercato e quindi minori interessi”, dovrebbero consentire di ridurre il debito/pil di 0,3 punti quest’anno, 1,7 nel 2019, 1,9 nel 2020 e 1,4 nel 2021. Il rapporto scenderebbe così dal 131,2 per cento del 2017 al 126% nel 2021, calando al 129,2 nel 2019 e al 127,3 nel 2020. Nella precedente versione del Dpb il debito/pil era dato, nel 2021, al 126,7 per cento dal 130,9 del 2019 e 130% del 2020.

Quanto alle spese eccezionali, il ministro dell’Economia Giovanni Tria nella lettera alla Ue spiega che “per il prossimo triennio” saranno “pari a circa lo 0,2% del Pil”, circa 3,6 miliardi. Tali risorse “saranno dedicate a un piano straordinario di interventi tesi a contrastare il dissesto idrogeologico e, per il solo 2019, anche a misure eccezionali volte alla messa in sicurezza della rete di collegamenti italiana. Le vittime e i danni ingenti conseguenti agli eventi alluvionali che hanno interessato l’Italia fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre sono testimonianza di un territorio ancora troppo esposto al dissesto idrogeologico”. In più “per il solo 2019” un miliardo sarà dedicato alla rete viaria dopo il crollo del ponte Morandi a Genova.

Tria ricorda poi che la manovra è stata “costruita sulla base del quadro tendenziale, e non tiene conto della crescita programmata”, una “impostazione prudenziale” che “introduce un cuscinetto di salvaguardia, che previene un deterioramento dei saldi di bilancio anche nel caso in cui gli obiettivi di crescita non siano pienamente conseguiti”. Traduzione: il livello del deficit/pil è calcolato su un pil 2019 in crescita solo dello 0,9%, il dato tendenziale appunto. Se invece il tasso aumenterà di quanto spera il governo (1,5%) ci sarà un impatto positivo che contribuirà a ridurre quel valore, anche come effetto dell’aumento degli introiti fiscali che si accompagna a una maggior crescita.

Solo in coda alla lettera compare la rassicurazione che “il governo conferma l’impegno a mantenere i saldi di finanza pubblica entro la misura indicata nel documento di programmazione, rispettando le autorizzazioni parlamentari. In particolare, il livello del deficit al 2,4% del Pil per il 2019 sarà considerato un limite invalicabile“. Si ricorda poi che “la normativa nazionale prevede una serie di presidi che obbligano il governo a riferire tempestivamente alle Camere qualora si determinino scostamenti rispetto agli obiettivi, assegnando, tra l’altro, al ministero dell’Economia e delle finanze il compito di assicurare il monitoraggio degli andamenti di finanza pubblica”. Tria dunque dovrà “a verificare che l’attuazione delle leggi” e in particolare delle misure bandiera di Lega e M5s “avvenga in modo da non recare pregiudizio al conseguimento degli obiettivi concordati e ad assumere tempestivamente, in caso di deviazione, le conseguenti iniziative correttive nel rispetto dei principi costituzionali”.