Doveva essere la sua partita, ci teneva ad ogni costo. In un certo senso lo è stata: Milan-Juventus l’ha decisa Gonzalo Higuain. Protagonista assoluto, ma in negativo: ha toccato pochi palloni, lottato come un leone, procurato e sbagliato un rigore, perso la partita e la testa con un’espulsione clamorosa. Lo psicodramma perfetto del grande ex che voleva dimostrare tutto, e invece ha dovuto incassare lui l’ennesima dimostrazione.

Milan-Juve non è stata un big match: troppo superiori i bianconeri, troppo rimaneggiati i rossoneri, alle prese con mille infortuni e i soliti limiti della squadra e di Gattuso (per intenderci, quelli già visti contro l’Inter). A differenza che nel derby, però, stavolta al Milan non si può rimproverare quasi nulla: ce l’ha messa tutta, ha reagito allo svantaggio iniziale, è stato in gara fino al raddoppio di Ronaldo e per poco non la girava a suo favore. La differenza l’ha fatto l’arbitro Mazzoleni che, corretto dal Var su un rigore clamoroso che lui neanche aveva visto, si è scordato di espellere Benatia (seconda ammonizione ineccepibile a termini di regolamento). Ma non è questa la notizia. E poi Higuain.

Molto più appassionante di una partita senza grande storia è la storia del Pipita. Due anni in bianconero intensissimi, per com’erano iniziati (l’addio controverso al Napoli), per come sono finiti (scaricato senza troppi riguardi) e per quello che c’è stato in messo: due scudetti, 55 reti, una finale di Champions League persa, tante gioie, qualche rimpianto. Domenica sera in campo c’era tutto questo: “Era una partita con emozione diverse, lo ammetto”, ha detto lui al fischio finale. Si è visto.

C’era troppa tensione, voglia di rivincita in quel rigore procurato, strappato a Kessie (il tiratore designato) e poi calciato malamente: tradito dall’emozione, in condizioni normali forse il Pipita quel rigore non l’avrebbe sbagliato (e magari nemmeno tirato). C’era tanta rabbia e frustrazione in quella reazione scomposta (ma non offensiva) che l’inflessibile Mazzoleni ha deciso di punire con il cartellino rosso. “Perdonatemi, non sono un robot, sono un giocatore e una persona che sente molto certe emozioni”. Già, perché fa male sentirsi sfruttati nel fiore degli anni e poi scaricati quando c’è qualcuno più bello e più giovane di te. Ma tutto questo dovrebbe suonargli familiare.

Luglio 2016: Gonzalo Higuain lascia il Napoli, di cui era stato idolo assoluto per tre anni, i più belli della sua carriera, e si trasferisce alla Juventus, l’odiata rivale che paga la clausola, convinto da un ricco stipendio e soprattutto dalla possibilità di vincere finalmente qualcosa di importante (cosa che non farà). A Napoli viene ribattezzato “Giudain”, marchiato a vita come infame. Ingiustamente: è un grande attaccante, non un simbolo. Dunque legittimo che a 30 anni voglia provare a vincere quei trofei che la società di De Laurentiis non poteva garantirgli. Da ex al Napoli avrebbe poi segnato sempre: la prima volta quasi scusandosi, la seconda esultando sguaiatamente sotto la tribuna del San Paolo.

Ora, quasi per contrappasso, i ruoli si sono ribaltati: è lui quello scaricato, in cerca di rivalsa. E il mondo juventino gli riserva quello stesso atteggiamento benevolo e compassionevole, di chi ti vuole ancora bene ma non ti ama più, che lui aveva rivolto al Napoli e fa perdere la testa. A Higuain, che ha sempre rivendicato di essere un professionista, non avrebbe dovuto fare troppo effetto: se lui era libero di lasciare Napoli per un contratto migliore, perché la Juventus non avrebbe dovuto venderlo per un attaccante più forte? Ma la verità è che essere traditi fa sempre male. Adesso Gonzalo sa cosa vuol dire.

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