Non parliamo di finanziamenti a partiti o bilanci di grandi imprese, ma di posti di lavori, favoritismi, raccomandazioni, insomma quel sistema che nel nostro Paese umilia meriti e diritti fondamentali.

Andiamo un poco indietro nel tempo. Gli anni tra i ’92 e il ’94 sarebbero passati alla storia come gli anni della rivoluzione politica, della fine della cosiddetta Prima Repubblica. Partiti storici che cedevano, si polverizzavano sotto il peso degli scandali, ma soprattutto dell’inchiesta che svelava corruzione, finanziamenti illeciti, connivenze. Il palazzo di giustizia di Milano – dove tutto scoppiò ed ebbe scena – era il luogo della lapidazione dei corrotti, della demolizione dei poteri. Ma non lontano, quegli stessi poteri continuavano a dare il peggio di sé, lasciando un’eredità pesantissima che arriva ai giorni nostri.

Chi mi scrive è A.G., oggi pensionato, ma fino al 1994 alto dirigente di quella che si chiamava Sip e proprio in quell’ultimo anno di sua permanenza cambiò nome, diventando Telecom. Oggi Tim. Era una della elefantiache e potentissime aziende di Stato, che in quegli anni vennero teoricamente privatizzate: in realtà la trasformazione fu in spa, virtualmente messe sul mercato, ma che ancora a lungo sarebbero rimaste feudo di poteri politici, forse ancora più forti di prima, basti pensare ai poco chiari investimenti nell’ex Jugoslava. Ancora oggi lo Stato ne detiene a vario titolo circa l’otto per cento della proprietà.

Ebbene, A.G. era responsabile di un settore, soggetto ad assunzioni di personale mediante le leggi che attribuivano privilegi a categorie disagiate. In teoria un meccanismo di garanzie sociali, in realtà una fabbrica di raccomandazioni per persone che forse continuano a occupare posti molto ben remunerati. Per non parlare delle pensioni maturate. A.G. riceveva le “ingiunzioni” da parte dell’Ufficio del Lavoro.

In teoria si doveva trattare di categorie protette, in realtà di soggetti raccomandati a vario titolo: casi di “mal di testa”, non meglio precisata “depressione”, “ sifilide” (insomma andava assunto chi era andato a prostitute), fino ad arrivare a un caso di “asportazione dell’utero”, con la signora in questione che – però – rimase miracolosamente incinta subito dopo l’assunzione. A.G. a un certo punto non ne poté più: contemporaneamente alle ingiunzioni da parte dell’ufficio del lavoro, arrivano le relative “lettere di appoggio” da parte del politico di turno. Quando si rivolse ai suoi superiori, si vide recapitare non una lettera, ma un circolare che annunciava una nuova procedura interna detta delle “commendatizie”.

Le raccomandazioni dovevano seguire un iter burocratico ben preciso che garantisse l’evasione e consentisse a tutta una catena di dirigenti di assumersi il merito dell’interessamento. Ma soprattutto dovevano essere prese in esame velocemente, non oltre i dieci giorni, pena sanzioni disciplinari. Se non sfociavano nell’assunzione richiesta, dovevano rispettare la seguente formula: “Illustre Onorevole, mi riferisco alle sue premure in favore del signor … che aspira a essere assunto presso la nostra Società. Al proposito devo purtroppo comunicarLe che l’attuale congiuntura non consente di prefigurare un inserimento … tuttavia sarà mia premura riprendere in esame … Cordiali saluti”

In questo modo l’onorevole poteva comunque vantarsi di essersi interessato e riscuotere il ringraziamento che consisteva nel voto alle elezioni più prossime. Quante assunzioni fruttava la macchina delle raccomandazioni politiche? A.G. non lo dice, ma dal suo ufficio dipendevano almeno 400 assunzioni ogni anno, in Lombardia, ma esclusa Milano e la provincia. Moltiplicare il sistema per tutte le regioni, e poi ancora per tutte le aziende dove lo Stato – e quindi la politica – si poteva permettere di mettere le mani, dà il sicuro risultato di un carrozzone di assunzioni indebite, carriere, pensioni che arriva fino ai giorni nostri. Quanti anni potrà aver avuto la giovane signora divenuta madre, malgrado l’asportazione degli organi riproduttivi? 30? Oggi, a 54 anni, forse è ancora in servizio, o magari in virtù della stessa condizione che la fruttò l’assunzione, è anche andata in pensione anticipata. Pagata da noi. Il signore assunto a tempo indeterminato in virtù del vizietto di andare a prostitute senza precauzioni, sta ancora al suo posto ben stipendiato, o anche lui è in pensione, magari dopo avere fatto carriera?

Tutto mentre ci sentiamo dire quotidianamente che per la giustizia sociale mancano i fondi. Che il lavoro non c’è . Mentre chi davvero appartiene alle cosiddette categorie protette deve spesso subire umilianti selezioni e verifiche. E la domanda sorge spontanea: in poco più di vent’anni, davvero il sistema è cambiato, o ancora sulle scrivanie di dirigenti arrivano le “commendatizie”?