Vi è un fenomeno che negli ultimi anni si è fatto sempre più evidente e pervasivo nella scena politica del cosiddetto occidente: una sorta di rivolta contro le élite (reali o percepite che siano) che viene definito, col consueto semplicismo imbelle che caratterizza i mezzi di comunicazione di massa, col termine di populismo o, più cacofonicamente, con quello di antipolitica (come se la politica fosse mera questione di ortodossia nei confronti del potere costituito). Naturalmente, codesti sono semplici significanti vuoti atti a definire, senza spiegare, un movimento che si sta espandendo a macchia d’olio in tutto l’emisfero occidentale e che, nella sua manifestazione fattuale, è iniziato nel Regno Unito con la cosiddetta Brexit, si è esteso dall’altra parte dell’oceano con l’elezione di Donald Trump – sineddoche di un “contropotere” rispetto a quello che potremmo definire “globalismo finanziario” – e ha toccato il nostro Paese, in occasione del referendum costituzionale del 2016 e delle elezioni politiche di quest’anno.

Siccome le categorie di “populismo” e di “antipolitica” non possono ambire alla funzione di interpretare alcunché – ma al massimo a quella di stigmatizzare un fenomeno – per cercare di comprendere quello che sta accadendo ci avvarremo della chiave di lettura fornitaci dagli epigoni degli storici della “lunga durata”, in particolare del lavoro di Giovanni Arrighi (Il lungo XX secolo, 2014). Secondo questa interpretazione, il fenomeno storico denominato capitalismo può essere diviso in cicli periodici di accumulazione, che si sono succeduti dal suo avvento.

Ogni ciclo di è costituito da tre fasi:
1. Un periodo iniziale di espansione finanziaria – che si potrebbe definire di “accumulazione originaria” – nel quale un nuovo ciclo si sviluppa in maniera “parassitaria” sul capitale accumulato dal ciclo precedente.
2. Un periodo di sviluppo e consolidamento, nel quale si verifica l’espansione materiale: il periodo del capitalismo produttivo/manifatturiero.
3. Una fase terminale di espansione finanziaria, ovvero di “conversione” del processo di accumulazione, dall’economia produttiva alla cosiddetta speculazione finanziaria. Questo fenomeno è l’espressione di una crisi nella quale quello che è definito “l’agente dominante dei processi sistemici di accumulazione del capitale” riscontra difficoltà crescenti a creare un adeguato profitto tramite la produzione di merci materiali. Pertanto, il “capitale mobile” viene indirizzato verso la finanza.

Questa sequenza di fenomeni ha conseguenze piuttosto rilevanti sull’assetto dell’economia-mondo. Il periodo di espansione finanziaria comporta notevoli costi sociali, poiché al contrario della modalità di produzione materiale non può sostenere economicamente una vasta classe media, siccome solo una parte esigua della popolazione può spartire i profitti della speculazione e dell’intermediazione finanziaria. Le criticità di questo fenomeno sono ben osservabili in tutto il mondo occidentale attraverso fenomeni quali l’allargarsi della forbice tra salari e profitti, le bolle finanziarie, l’aumento del debito a carico dei cittadini, la recessione, la deindustrializzazione, eccetera.

Inoltre la finanziarizzazione dà luogo a quello che David Harvey ha definito “accumulazione per espropriazione”, nella quale i capitali accumulati diffusamente durante gli anni dell’economia “produttiva” vengono concentrati verso le élite che controllano gli strumenti finanziari: questo comporta una diffusa espropriazione di capitale fisico (beni) accumulati dalla società nel suo assieme. Qualsiasi tipo di bolla speculativa implica una espropriazione di capitali e una concentrazione di strumenti monetari nelle mani di chi la controlla: “Questo è ciò che accadde nel sudest asiatico nel 1997-1998, in Russia nel 1998, in Argentina nel 2001-2002. E quello che è successo nel mondo intero nel 2008-2009″. (Harvey, 2010). Un esempio di questo fenomeno sono le cosiddette privatizzazioni, che non sono altro che la svendita di beni degli Stati “in crisi”, la cui accumulazione è avvenuta grazie all’opera dell’intera cittadinanza.

Un altro aspetto connesso alla finanziarizzazione è la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e delle merci che ha favorito le cosiddette delocalizzazioni, ovvero il trasferimento degli impianti produttivi verso aree o Paesi nei quali il costo del lavoro sia più basso che nei paesi d’origine. Questo processo ha avuto la conseguenza di mettere in concorrenza i lavoratori di tutto il mondo in un’universale licitazione verso il basso del costo del lavoro. Tuttavia, un minore potere d’acquisto diffuso comporta minori consumi in beni e servizi e tende a favorire la recessione. Questo ha determinato l’insorgenza di due problemi. Il primo: l’impoverimento del ceto medio, ha eroso la base per la riproduzione capitalistica stessa. Il secondo è che questo impoverimento unito ai tagli dei servizi pubblici avvenuto in tutti i Paesi dell’occidente ha comportato, alla lunga, instabilità sociale e perdita di credibilità delle istituzioni.

Da qui le origini della crisi del modello sociale che a partire dagli anni 80 si è verificato in tutto il mondo occidentale. Una crisi di tal fatta non poteva che dare origine al cosiddetto “momento Polanyi“, la cui descrizione sintetica è formulata ne La grande trasformazione: “La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza della società […]. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso essa ostacolava l’autoregolazione del mercato“. Certo, non possiamo non convenire che sia molto più facile (ancorché vacuo) chiamare tutto questo “populismo”.

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