La tecnologia, e la domotica in particolare, può migliorare la nostra vita. Però può agevolare anche gli stalker. È questa, in estrema sintesi, la morale di una storia agghiacciante accaduta negli Stati Uniti, che purtroppo non è un caso isolato. Una donna ha raccontato all’emittente CBC che il suo ex partner ha sfruttato i dispositivi intelligenti presenti nella sua casa per perseguitarla. Da remoto, l’uomo ha preso il controllo del sistema audio e acceso musica ad altissimo volume in piena notte, ha acceso e spento a piacimento le luci e la televisione, ha usato Facetime per controllare con chi fosse la ragazza.

Nelle interviste realizzate un anno fa dal New York Times su casi analoghi, gli scenari descritti da oltre 30 donne e responsabili delle associazioni anti-abusi di tutto il paese aggiungevano dell’altro. Erano citati episodi di condizionatori che cambiano bruscamente temperatura, di codici delle serrature delle porte che si resettano ogni giorno, campanelli che suonano senza che nessuno sia presente davanti alla porta. Per arrivare ai casi limite delle conversazioni intercettate tramite gli altoparlanti wireless, come per esempio Google Home o Amazon Echo per intenderci. Oppure contenuti video e foto rubati tramite i sistemi di video-sorveglianza e usati per quello che viene definito “revenge porn” – ossia pubblicati online su siti pornografici a insaputa delle persone che appaiono.

Foto: Depositphotos

 

Tutti episodi che fanno pensare, e su cui dovremmo riflettere quando pensiamo di affidare le nostre case alla tecnologia. Una tecnologia che promette di darci il pieno controllo dell’ambiente in cui viviamo, semplificando l’accesso a tutti i confort di cui disponiamo. Che mantiene la promessa. Il problema è che la protezione e l’intimità di casa nostra non sono più affidate a un dispositivo fisico, una chiave, ma a uno virtuale. Di conseguenza non basta più cambiare la serratura per essere al sicuro, se abbiamo condiviso gli strumenti di controllo virtuali con terze persone che a un certo punto, per qualsiasi motivo, decidiamo di escludere dalla nostra vita. O se, addirittura, tali dispositivi sono stati installati dall’uomo che vogliamo allontanare.

A tanti questo scenario sembrerà “strano”, perché qui in Italia la pervasività della domotica è ancora limitata. Immaginare che il vostro termostato di casa sia uno “smart object”, come per esempio il Nest che è in vendita anche da noi. Da remoto si può accendere e spegnere. Potete spegnere il router Wi-Fi, ma molti dispositivi “smart” possono comunicare anche su rete cellulare, proprio per garantire all’utente di poterli sempre comandare a distanza. Doti che diventano improvvisamente difetti, libertà di movimento che diventa prigione, nel momento in cui si perde il controllo di casa propria e non c’è modo di riaverlo.

La questione è molto complessa, e quello che era venuto a galla ai tempi dell’inchiesta del New York Times era che alcune delle più grandi case produttrici di prodotti per la domotica non hanno previsto funzioni ad hoc per uscire da queste situazioni. Perché il requisito funzionale di questi “oggetti intelligenti” è che siano controllabili da remoto, non il contrario!

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Forse l’emergere dei molti casi di stalking perpetrati tramite “smart objects” porterà alla creazione di livelli di controllo più stratificati, o di ordini di restrizione ad hoc per i dispositivi intelligenti da parte della giustizia. Forse ai vari assistenti vocali verrà insegnato che cosa significa “ex” e basterà un comando per togliere tutti i permessi di controllo e accesso alla persona che se n’è andata di casa. Fino ad allora però è doveroso un appello alla prudenza: la domotica è una comodità da maneggiare con cautela.

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