“Quando sono salito sul podio con al collo la mia medaglia d’oro mi sono sentito libero. Ho cantato l’inno di Mameli a squarciagola. Poi ho pensato che in Italia, per un disabile in carrozzina come me è una sfida anche solo uscire di casa”. Vincenzo Boni ha 30 anni, è affetto dalla sindrome di Charcot Marie Tooth da quando aveva 6 anni. Una malattia che colpisce gli arti periferici. Ai campionati europei di Dublino di agosto è salito sul gradino più alto del podio in tutte e tre le gare a cui ha partecipato. “Eppure, oggi, nel 2018, la sfida più grande per noi disabili è anche solo fare una semplice passeggiata: le strade non sono accessibili, bisogna fare i conti con le buche, i marciapiedi, le auto in sosta ovunque”, racconta.

Vincenzo si è avvicinato allo sport quando, all’età di 6 anni, il medico gli consigliò il nuoto. “Avevo sempre fatto attività sportiva da bambino. L’acqua della piscina è diventata il mio habitat e la mia passione”, ricorda. Col tempo Vincenzo è diventato un campione della disciplina, rappresentando l’Italia nelle competizioni internazionali. Gli allenamenti mattutini durano due ore e vanno dal lunedì al sabato: quelli pomeridiani dal lunedì al giovedì, alternando palestra e piscina. “Conciliare studio e sport non è stato facile, ci ho messo qualche anno in più a laurearmi ma ero consapevole che ne valeva la pena”.

L’acqua della piscina è diventata il mio habitat e la mia passione

Per lui essere un atleta paralimpico è fonte di grande orgoglio. “Quando entro in vasca siamo uguali agli altri colleghi normodotati. Ma dobbiamo fare i conti con strutture non accessibili, non in regola, con personale non qualificato”. Durante il suo periodo di studi Vincenzo è stato a Nantes, in Francia, per il programma Erasmus. “È stata l’esperienza più bella della mia vita – racconta –. Ho fatto conoscenza con persone che venivano da tutto il mondo, ho capito davvero cosa vuol dire integrarsi e, soprattutto, mi sono sentito libero nonostante la mia carrozzina”. Ogni mattina Vincenzo usciva dalla sua stanza all’interno del campus, che era completamente attrezzata, per raggiungere l’aula universitaria in tram: “Mi muovevo da solo e senza problemi. Ho fatto nuoto senza dovere pagare. Sono stato in un centro per l’impiego a chiedere se ci fossero opportunità di lavoro per me senza che l’addetto strabuzzasse gli occhi. Non c’è niente da fare: a Nantes le persone con disabilità vivono bene. E se parliamo di barriere architettoniche loro stanno avanti. Avanti”.

Vincenzo ama il suo Paese, “anche se chi lo gestisce non si è dimostrato all’altezza”. “Spesso mi sono sentito visto come un peso, eppure bisognerebbe capire che siamo una risorsa per la società, per le aziende. Che possiamo ancora fare la differenza”. Sapere che c’è un ministero, una figura che faccia da garante sui diritti e i doveri delle persone con disabilità per Vincenzo è rassicurante: “Sento che è mio dovere mettere la disabilità al servizio delle altre persone, nello sport come nel lavoro”. Anche se la disabilità, ancora oggi, in Italia “è un tabù. Mancano parità e integrazione fin da quando si è piccoli”. E poi troppa burocrazia, che ha tempi “infiniti”.

Fino a pochi anni fa, quando partivamo per una competizione internazionale le persone in aeroporto pensavano che stessimo andando a Lourdes

Ma come ci si sente con tre medaglie al collo all’Europeo di nuoto? “Più che ore, servono anni di allenamento – sorride –. Servono dedizione, alimentazione corretta, rinunce e sacrifici: ma se sai a cosa stai andando incontro nulla ti pesa”. Il futuro? Vincenzo vuole continuare a vincere in vasca. L’anno prossimo tocca ai Mondiali, tra due anni sarà l’ora delle Paralimpiadi. “Essere napoletano significa avere una marcia in più, quando suona l’inno di Mameli sul podio senti il Vesuvio che ti scorre nelle vene”. Tra qualche mese Vincenzo prenderà finalmente la sua laurea in Culture Digitali e della Comunicazione, con una tesi su sport e disabilità. “Difficilmente lascerò la mia terra”, conclude. Anche se le cose devono cambiare. A partire dall’approccio di chi “dovrebbe garantire i diritti di tutti noi”. Negli ultimi tempi Europei, Mondiali e Paralimpiadi hanno avuto maggiore esposizione mediatica e tante persone si sono avvicinate allo sport. “È questa la chiave di volta – spiega Vincenzo –. Fino a pochi anni fa, quando partivamo per una competizione internazionale le persone in aeroporto ci guardavano, sorridevano e pensavano che stessimo andando a Lourdes”.