di Roberto Iannuzzi*

L’efferato assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul ha riportato al centro dell’attenzione internazionale una potenza mediorientale che, pur essendo stata per decenni l’indiscusso leader mondiale dei Paesi esportatori di petrolio, è governata da una monarchia che appare sempre meno coesa e sempre più disorientata dai recenti sviluppi internazionali.

Secondo le ricostruzioni turche, Khashoggi – noto opinionista intimamente legato alla famiglia reale, caduto in disgrazia con l’ascesa dell’attuale principe ereditario Mohammed bin Salman – è stato ucciso da emissari appartenenti al servizio di sicurezza personale del principe, facendo sospettare un diretto coinvolgimento di quest’ultimo nell’omicidio. Malgrado il polverone suscitato, l’affare Khashoggi non deciderà di per sé il futuro della dinastia saudita. Esso è però il sintomo di una crisi più grave che attanaglia il Paese, e che è passata in gran parte inosservata. Le radici profonde di tale crisi risalgono allo scoppio delle rivolte arabe nel 2011 (oltre a risiedere in un modello economico e statuale difficilmente sostenibile sul lungo periodo). Tradizionalmente ostile al cambiamento – e vistasi direttamente minacciata dall’ondata di malcontento popolare che aveva travolto diversi regimi nella regione – la monarchia saudita ha reagito con inconsueta spregiudicatezza.

Dopo aver represso il dissenso interno, essa è intervenuta militarmente per soffocare la sollevazione nel vicino Bahrein e ha invece sostenuto con denaro e armi la rivolta in Siria allo scopo di infliggere un colpo all’Iran, stretto alleato di Damasco e principale avversario dei sauditi a livello regionale. Con l’eccezione della Siria, Riyadh ha appoggiato politicamente e finanziariamente la “restaurazione” dello status quo nella regione, culminata con l’arrivo al potere del generale al-Sisi in Egitto, che nell’estate del 2013 ha rovesciato il precedente governo dei Fratelli musulmani.

L’inedito sforzo regionale saudita e il successivo crollo dei prezzi petroliferi hanno tuttavia messo a dura prova le casse del regno. Nel 2015 la salita al trono di Salman bin Abdulaziz, padre dell’attuale principe ereditario, ha poi posto le basi per la rottura del principio del consenso su cui si era storicamente basata la coesione della famiglia reale. Senza valide giustificazioni, re Salman ha escluso ben due eredi al trono – Muqrin e Mohammed bin Nayef – dalla linea di successione, nominando al loro posto il suo figlio prediletto, poco più che trentenne. Il nuovo principe designato si è rivelato impulsivo e inesperto nella gestione degli affari dello Stato. Malgrado ciò il re, vecchio e in precario stato di salute, ha concentrato nelle sue mani poteri senza precedenti, che vanno dall’economia alla difesa, rendendolo il sovrano di fatto del regno saudita.

Il governo di Mbs (come viene spesso indicato Mohammed bin Salman con riferimento alle iniziali del suo nome) si è contraddistinto in primo luogo per la disastrosa guerra nello Yemen, che ha sprofondato questo Paese già poverissimo in una delle peggiori crisi umanitarie della storia recente, ponendo allo stesso tempo Riyadh in un’impasse strategica da cui non riesce a uscire. Il giovane principe ha poi imposto un embargo al vicino Qatar a causa di divergenze politiche che ruotano soprattutto attorno al ruolo dei Fratelli musulmani nella regione, appoggiati da Doha ma visti come un temibile nemico dall’erede al trono saudita. Così facendo, quest’ultimo ha però posto le basi per la disgregazione del Consiglio di cooperazione del Golfo, organizzazione che riunisce i Paesi della penisola araba a eccezione dello Yemen.

Sul fronte interno Mbs, conscio dell’insostenibilità del modello economico saudita, ha avviato un ambizioso quanto rischioso programma di riforme alcune delle quali appaiono già in fase di stallo. Non pago del potere che il padre ha posto nelle sue mani, egli ha poi compiuto una retata di principi e uomini d’affari, lungamente tenuti in stato di arresto – e perfino torturati – nel lussuoso Ritz-Carlton Hotel di Riyadh. Le mosse sconsiderate del principe hanno provocato fratture insanabili all’interno della famiglia reale. Tuttavia il fatto che egli ha accentrato nelle sue mani il controllo delle forze armate e dei servizi di sicurezza, che i suoi principali rivali rimangono agli arresti domiciliari e che la tradizionale cultura gerarchica saudita rende gli stessi membri della famiglia reale restii all’insubordinazione, fa sì che non esista un’immediata alternativa al governo di Mbs.

L’omicidio Khashoggi è l’ennesimo risultato dell’avventatezza dell’erede al trono. Re Salman ha però dimostrato di voler continuare a puntar su di lui, affidandogli il compito di riformare quei servizi di intelligence che, probabilmente proprio dietro suo ordine, si sono macchiati di tale crimine. La stessa amministrazione Trump è riluttante a imporre serie misure punitive nei confronti di Mbs, avendo puntato sul principe saudita come elemento chiave della sua politica volta a isolare l’Iran a livello internazionale. Il fatto che Mbs verrà difficilmente sostituito a breve termine significa però che l’Arabia saudita continuerà a sprofondare nella propria impasse strategica regionale e nella propria crisi interna.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017)

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