Ogni volta che la cronaca propone una storia che ha un minore come protagonista, la domanda è sempre la stessa: e la famiglia?

E’ stato anche nel caso tragico di Desirée. Malgrado l’accaduto abbia avuto contorni che insistevano su nervi scoperti della sensibilità popolare, alla fine i meno emotivi si sono domandati quale fosse l’ambiente famigliare che evidentemente non era stato in grado di essere argine alla deriva della droga e di quel che vi sta attorno.

I servizi sociali avevano avvisato il tribunale dei minori competente che “la ragazzina era ormai fuori controllo”. Pare che tutti conoscessero la situazione: aveva abbandonato la scuola superiore dopo il primo anno, trascorreva nottate fuori di casa. Si drogava, frequentava regolarmente lo stabile abbandonato nel quartiere di San Lorenzo, dove è stata trovata morta. Tutto questo mentre era in atto il provvedimento preso dai giudici minorili: l’affidamento alla nonna.

Può un familiare contenere, diciamo pure riprogrammare, una sedicenne ribelle e ormai coinvolta in una vita ad alto rischio? Probabilmente veniva seguita dai servizi sociali, non è facile immaginare i colloqui ai quali Desirée non si è presentata o quelli nei quali ha riposto a monosillabi per andare – una volta fuori – a sballarsi col pusher che si è definito suo fidanzato.

Ma era affidata alla nonna. Probabilmente per lo scrupolo di volerle conservare attorno un clima affettivo. Eppure è tutto un leggere di minori strappati alle famiglie e messi in comunità, in case di accoglienza. Tanto che sui servizi sociali grava ormai una pesante fama di crudeltà, se non peggio. Sarebbe ingiusto e soprattutto inutile concludere semplicemente che chi doveva intervenire non l’ha fatto o l’ha fatto male, riducendo tutto a un caso isolato. E’ più che giusto e anzi doveroso domandarsi se le responsabilità non siano invece di un intero sistema.

Una prima cosa va detta: il parere dei servizi sociali non è vincolante formalmente, ma lo è nella sostanza. Nella stragrande maggioranza dei casi un giudice minorile assume come certi i rilievi che gli vengono inviati dai servizi. E’ sicuramente un difetto, perché si dovrebbe invece trattare di una base sulla quale costruire una vera a propria istruttoria. Sia servizi che giudici lo addebitano a carenze di strutture e persone. Forse è vero, ma resta la nebbia fitta su quali siano i parametri che vengono utilizzati e in questo senso pare che non esistano principi condivisi.

Un esempio è proprio l’allontanamento dei minori dalle famiglie con affido a strutture. Varia incredibilmente da regione a regione: è del 5,2 in Liguria, del 3,9 del Trentino, del 2 in Veneto. Con differenze addirittura tra provincia e provincia. I dati sono vecchi, risalgono al 2014, quando il Granate per l’infanzia per l’ultima volta raccolse le informazioni provenienti dalle prefetture, che indicavano quasi 20.000 minori affidati a case famiglia o comunità.

Fu l’ultima statistica stilata. Quella di due anni prima segnalava quasi 5.000 minori in meno. Tralasciando il fatto che di fronte cambiamenti di questa portata sarebbe probabilmente il caso di vigilare sul fenomeno almeno annualmente, quel che salta agli occhi è l’incredibile variabilità. Ognuno pare seguire dei propri principi. Così si va da minori messi in casa famiglia, laddove avrebbero potuto rimanere almeno con un genitore (magari con un sostegno), ad adolescenti (come Desirée) lasciati a un familiare, laddove se fossero stati affidati a una comunità, probabilmente sarebbe stata loro salvata la vita.

Ci sono tribunali minorili che sottraggono i minori a famiglie mafiose per evitarne un condizionamento culturale, anche senza segnali di disagio aggettivi, altri a genitori ritenuti inidonei a fornire una equilibrata identità sessuale, sulla base di comportamenti troppo eccentrici. O Desirée, da tempo alle deriva, affidata a un familiare impotente. Ci sarebbe poi tutto il contraddittorio universo degli affidi extrafamiliari, stabiliti o negati, nei casi di conflitto tra genitori. Un ginepraio nel quale spesso si perde di vista l’interesse centrale dei figli, per sconfinare in decisioni  che vogliono essere più censure nei confronti degli adulti.

Insomma una discrezionalità, una libertà di valutazione quasi totale, spesso aggravata da difficoltà strutturali, da carenze delle pubblica amministrazione che non condizionano la coda o meno a uno sportello, ma la vita di un minorenne.