Trent’anni di carcere a Nicolino Sarcone, capo della ‘ndrangheta emiliana, e otto anni per Antonio Valerio, il collaboratore di giustizia che ha consentito di fare nuova luce, con le sue deposizioni al processo Aemilia, sugli omicidi compiuti in provincia di Reggio Emilia nel 1992. Le condanne le ha stabilite ieri a Bologna il giudice Gianluca Petragnani nell’udienza preliminare, accogliendo le richieste del pm Beatrice Ronchi. È stato disposto anche il rinvio a giudizio davanti alla corte d’Assise di Reggio Emilia di altri quattro imputati: il boss Nicolino Grande Aracri, Angelino Greco detto “Linuzzo”, Antonio Ciampà detto “il Coniglio” e Antonio Lerose detto “René”. Affronteranno il processo ordinario a partire dal 12 febbraio, mentre Sarcone e Valerio hanno scelto il rito abbreviato.

Gli omicidi eccellenti di cui i sei debbono rispondere sono quelli di Nicola Vasapollo, ucciso alla periferia di Reggio Emilia il 21 settembre mentre si trovava agli arresti domiciliari, e di Giuseppe Ruggiero, freddato a Brescello un mese dopo da un commando di finti carabinieri che lo ha tratto in inganno facendolo uscire di casa. Una resa dei conti tra cosche di ’ndrangheta che ha affossato i Vasapollo/Ruggiero in Emilia grazie alla momentanea alleanza tra le famiglie Grande Aracri, Dragone, Arena e Ciampà. Alleanza destinata poi a finire con lo spargimento di altro sangue e la definitiva conquista del territorio da parte dei Grande Aracri.

A consentire la ricostruzione dettagliata di quanto accaduto sono stati due collaboratori di giustizia nell’aula del processo Aemilia: prima, nelle udienze di febbraio 2017, Angelo Salvatore Cortese, braccio destro di Nicolino Grande Aracri, poi il coimputato Antonio Valerio nelle lunghe deposizioni di settembre dello stesso anno.

Disse allora Cortese: “A volere morto Giuseppe erano anche Carmine e Pasquale Arena che regalarono a Nicolino Grande Aracri venticinque milioni di lire per l’omicidio. Avevamo pianificato tutto: conoscevamo i movimenti di Ruggiero, sapevamo quando andava a lavorare con il suo escavatore e quando tornava a casa”. Lui attese con Nicolino Grande Aracri il commando nei pressi della Modena Brennero per “lo scappotto”, cioè la fuga verso Milano, mentre Valerio partecipò all’azione. Era in libertà vigilata e rischiava grosso quella notte, ma il suo travestimento da carabiniere era un bel lasciapassare e la voglia di vendetta per l’uccisione del padre da parte del cugino di Giuseppe, Rosario Ruggiero detto “Tre dita”, troppo forte.

La notizia delle condanne e dei nuovi rinvii a giudizio arriva a Reggio Emilia nei giorni in cui la città apprende dell’ennesima maxi operazione contro la falsa fatturazione e l’evasione fiscale che vede indagati liberi professionisti, giornalisti, dirigenti sportivi, titolari d’impresa, rappresentanti di importanti associazioni del territorio. L’inchiesta è stata ribattezzata Octopus e risale al giugno 2014 quando il pm Valentina Salvi denunciò 41 persone, otto delle quali per associazione a delinquere “finalizzata alla frode fiscale, al riciclaggio, alla truffa ai danni dello Stato”.

Dopo quattro anni di attività investigativa da parte di carabinieri e guardia di finanza il numero degli indagati sale ora a 72 nell’avviso di chiusura, con cinque persone già imputate nel processo Aemilia: Marco Gibertini, giornalista reggiano e uomo chiave dell’inchiesta, Antonio Silipo, Mirco Salsi, Giuliano Debbi e Omar Costi. Il gruppo organizzato godeva secondo le indagini di appoggi internazionali con attività di falsa fatturazione tracciate verso l’Olanda, l’Irlanda, la Svizzera e l’Estonia.

A godere dei servizi dell’associazione a delinquere in Italia e in particolare a Reggio Emilia erano anche – secondo l’accusa – personaggi molto noti. Tra gli altri Giovanni Montorsi, fondatore e presidente dell’Arag di Rubiera, grande impresa con filiali in Australia e Sudamerica che vende accessori tecnologici per l’agricoltura; dirigenti sportivi come Mauro Donelli e Massimo Tirabassi; il giornalista Nicola Fangareggi, direttore di un sito online molto letto e apprezzato in regione; l’ex presidente della Cna reggiana Nunzio Dallari; Mario Gaspari, titolare della omonima azienda di trasporti “Gaspari viaggi”; il noto commercialista reggiano, consulente di importanti imprese e cooperative, Maurizio Labanti.

Il primo effetto politico della notizia è la richiesta da parte dei 5 Stelle al comune di Reggio Emilia della pubblicazione di tutte le consulenze e i contratti eventualmente in essere con gli indagati, ma più in generale l’intera provincia è fortemente scossa dalla quarta grande inchiesta che la coinvolge in soli quaranta giorni. Ai primi di settembre la notizia dell’operazione della guardia di finanza di Reggio e Bologna “Evasioni Bluffing”, con 110 indagati per reati fiscali, truffa, riciclaggio e associazione a delinquere, perquisizioni in tutta Italia con beni sequestrati per 234 milioni di euro, accertate false fatturazioni per 900 milioni. Una settimana dopo l’operazione “Billions” della polizia e della guardia di finanza provinciali con quattro persone ai domiciliari per bancarotta fraudolenta, riciclaggio e reimpiego legati ad operazioni inesistenti per oltre 80 milioni di euro.

A fine settembre l’arresto di don Ercole Artoni, fondatore della comunità Papa Giovanni XXIII, e del commerciante Aldo Ruffini, residente sulle colline reggiane, con l’accusa di minacce aggravate al presidente del Tribunale di Reggio Emilia Cristina Beretti, attualmente sotto scorta. La vicenda è collegata alla maxi evasione fiscale contestata a Ruffini, accusato di usura, ricettazione e riciclaggio, che ha portato sempre in settembre alla confisca di beni per quasi 24 milioni di euro, con sentenza di primo grado pronunciata dalla stessa dottoressa Beretti, già membro del collegio giudicante di Aemilia. Cosa succede a Reggio Emilia? La città è diventata capitale dei reati fiscali e di ‘ndrangheta, o sono le forze dell’ordine che qui lavorano meglio che altrove?

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