La notizia del momento è che il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha dato la disponibilità a finanziare, anche in deficit, il reddito di cittadinanza, oltre che qualche rimodulazione della legge Fornero e qualche compensazione monetaria per i risparmiatori traditi dalle banche. Io non sono contrario al reddito di cittadinanza, anzi, trovo che possa essere utile se congegnato bene. Da economista, chiedo, però, di capire meglio di cosa si tratta. La sensazione è che si parli di una cosa, ma si intenda un’altra. Solo improprietà di linguaggio?

Mi preoccupa la condizionalità associata al reddito di cittadinanza. Senza centri per l’impiego che funzionino e, quindi, siano in grado di offrire occasioni di lavoro ai disoccupati, il reddito di cittadinanza rischia di essere semplicemente un reddito minimo garantito. In effetti, quando i ministri grillini fanno i calcoli si capisce che è quello che hanno in mente. Parlano, infatti, di una platea di cinque milioni per dieci miliardi di spesa. Assumendo che il reddito di cittadinanza minimo sia di 780 euro, ma questo vale solo per chi non ha figli, altrimenti dovrebbe essere di più, se capisco bene, dovremmo parlare di scarsi 1,2 milioni di persone. Sarebbero la metà della platea del Reddito di inclusione (Rei) introdotto dal precedente governo di Paolo Gentiloni, che dà una cifra che è solo pari a 187 euro per i single e crescente fino ad un massimo di circa 539 euro per chi ha una famiglia con sei o più componenti. Un po’ pochini e fino al luglio 2018 per un numero ristretto di persone con reddito Isee sotto i seimila euro, individuato da una serie di condizioni economiche capestro che escludevano molti.

Dal luglio 2018 queste condizioni erano state eliminate ciò che aveva consentito di allargare notevolmente la platea dei beneficiari. Il costo complessivo del Rei è di circa 2,1 miliardi nel 2018. Ma come fanno i ministri grillini ad arrivare a cinque milioni di persone? Non è del tutto chiaro, poiché non scendono mai nei dettagli, credo non a caso: staranno ancora valutando diverse opzioni. Tuttavia, da quel poco che dicono, hanno in mente una sorta di reddito minimo garantito. In altri termini, i 780 euro saranno raggiunti per molti semplicemente integrando un reddito che già possiedono, fino ad un minimo garantito di 780 euro appunto. Ma chi dovrà avere questa integrazione e quali redditi vanno considerati non è ancora chiaro. Anche i pensionati? Da qui si arriverebbe a cinque milioni di persone, ma allora il beneficio per ciascuno potrebbe essere di poco superiore al Rei in molti casi? In sostanza, sarebbe un Rei di importo variabile anziché fisso e quindi aperto ad un maggior numero di beneficiari. Non è ancora chiaro.

Forse perciò il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, ha parlato di “abolizione della povertà”. Il reddito di cittadinanza sarebbe un sussidio di ultima istanza, per chi non ha un reddito ritenuto sufficiente per vivere, ed ha perciò anche esaurito il NASPI, se lo percepiva in precedenza. L’indennità Naspi è per chi ha perso il lavoro e dura due anni.

Però, rispetto al Rei, il reddito di cittadinanza grillino ha in se un principio di condizionalità. Lo si riceve finché non si rifiutano tre offerte di lavoro che si ricevono dai centri per l’impiego. Queste offerte possono essere di qualunque tipo, anche “lavori socialmente utili”.

Il ruolo dei centri per l’impiego diventa fondamentale se non si vuole che questo principio di condizionalità sia rispettato: ti do i soldi se fai qualche tipo di lavoro. Solo che si sa che i centri per l’impiego sono in uno stato comatoso, e difficilmente saranno in grado di offrire cinque milioni di posti di lavoro, anche perché frattanto sono anche impegnati nella realizzazione del programma di Garanzia giovani. Per i giovani sotto i 29 anni, i due programmi si potrebbero anche conciliare, a certe condizioni.

I centri per l’impiego sono sottodimensionati per il carico di lavoro che i diversi provvedimenti governativi stanno imponendo loro. Hanno solo ottomila dipendenti circa, come riportato in un recente rapporto di Anpal, di cui la maggior parte senza laurea e in molti casi senza neppure diploma di scuola superiore. Difficile che possano fornire i servizi di collocamento e formativi richiesti.

Per accelerare i tempi, converrebbe prevedere innanzitutto un congruo aumento dei dipendenti dei centri pubblici, soprattutto laureati in grado di svolgere i servizi necessari come supporto al reddito di cittadinanza e alla Garanzia giovani, vale a dire psicologi, sociologi ed economisti del lavoro. Inoltre, per tirare in campo anche le agenzie private, quasi del tutto assenti nel Mezzogiorno, dove il reddito di cittadinanza sarà più diffuso, sarebbe opportuno prevedere una certa somma per far partire subito la riforma dei centri per l’impiego del 2015. Il decreto n. 150 prevedeva la profilazione dei senza lavoro e l’assegnazione di un voucher che i disoccupati potevano spendere presso i centro pubblici e privati per l’impiego in cambio di servizi di collocamento.