Se cambiassero i tetti alla pubblicità televisiva, Mediaset chiuderebbe davvero il giorno dopo come sostiene Silvio Berlusconi? Fra gli esperti del settore, l’affermazione dell’ex Cavaliere è definita una sorta di “esagerazione negoziale”. Un’esternazione massimamente esasperata per arrivare ad una trattativa con il governo gialloverde. “E’ chiaro che Mediaset non chiuderebbe. Ma, nell’ottica di una riforma complessiva, sarebbe opportuno immaginare un disegno che tenga conto anche dell’ingresso sul mercato pubblicitario dei colossi della rete”, spiega Fulvio Sarzana, avvocato specializzato in diritto dell’informatica e delle telecomunicazioni. Certo per il Biscione, alla ricerca di un’alleanza internazionale, sarebbe meglio che tutto restasse com’è. “

“Il cambiamento dei tetti pubblicitari avrebbe un impatto sia su Mediaset che sulla Rai – precisa l’avvocato Eugenio Prosperetti, esperto in diritto delle comunicazioni elettroniche e dei media – Ma in realtà il problema è più complesso. L’industria televisiva si trova oggi tra due fuochi: da un lato una eventuale restrizione dei tetti di cui di certo soffrirebbe, dall’altro la concorrenza di nuovi gruppi, come YouTube, che non sono sottoposti a vincoli”.

Non a caso la questione dei tetti televisivi venne aperta dal governo di Matteo Renzi per poi concludersi con un nulla di fatto assicurando sonni tranquilli alla famiglia Berlusconi. Così, grazie agli incassi della pubblicità, negli anni Mediaset si è rafforzata: per Mediobanca (di cui Fininvest è socio) le tv di Berlusconi hanno “un bilancio solido” e “un chiaro modello di business con un rinnovato focus su segmenti ad importante generazione di cassa” come si legge in un report datato 19 settembre 2018. “Ci aspettiamo che il 6 novembre venga alzato il velo su una buona performance sul mercato italiano”, prosegue la nota della banca che ricorda come lo scorso 13 settembre Publitalia abbia confermato un incremento del 4% nella raccolta pubblicitaria dei primi otto mesi del 2018.

Ma di quali cifre stiamo parlando esattamente? Nel 2017 le tv della famiglia di Berlusconi hanno raccolto circa 2 miliardi di pubblicità, pari a circa il 77% del fatturato e corrispondente a poco meno della metà dell’intero incasso delle tv in chiaro. La Rai si è fermata ad appena 733 milioni (-8%). In compenso, la tv pubblica può contare sul canone in bolletta. Ma, al pari delle altre tv private, Mediaset può può fare più pubblicità della Rai: il 18% contro il 12% per ora trasmessa. Modificare questo rapporto significa incidere sul mercato in cui opera Mediaset con un impatto tutto da verificare e in un contesto in evoluzione.

A ottobre, infatti, si discuterà a Bruxelles la normativa sui media audiovisivi con una proposta di maggiore flessibilità che va a vantaggio delle tv commerciali. Entro ventuno mesi l’Italia dovrà poi recepire la nuova direttiva. “Già oggi c’è quindi il problema di rendere compatibile un eventuale intervento con quanto deciderà l’Unione orientata ad aumentare il tetto della pubblicità delle tv commerciali dal 18 al 20 per cento – conclude Sarzana -. Se, come mi sembra di capire, a livello politico, c’è la volontà di redistribuire le risorse, sarebbe opportuno intervenire, anche in sede comunitaria, sui grandi gruppi internet mettendo le basi per un extra-gettito che vada a favore, ad esempio, di un fondo per il pluralismo”. Senza questo intervento e con la modifica dei tetti di pubblicità, le tv commerciali saranno obbligate rivedere le loro strategie. Ma non per questo necessariamente soccomberanno.

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