Ammesso che la compagine governativa riesca a superare indenne la più che problematica prova della legge finanziaria, trovando una quadra tra velleità di spesa a vantaggio delle rispettive clientele elettorali e le crescenti ristrettezze di un Paese in recessione permanente, e riesca a dribblare con escogitazioni terminologiche le contraddizioni tra le rispettive priorità (caccia all’evasore contro blandizie per le categorie che operano in nero, demonizzazione delle grandi opere in quanto “inutili” contro loro idealizzazione perché “essenziali”), c’è una scadenza che si direbbe tombale per le pretese di tenere assieme i gialli con i verdi: la consultazione europea del prossimo 2019. La possibile ultima fermata per un’alleanza su base contrattuale che ha già dato quello che le era consentito dal negoziato tra due soggetti intrinsecamente antagonisti; visto che perseguono ognuno per conto proprio lo stesso disegno: intercettare il voto del risentimento popolare contro il malgoverno della Casta e il simmetrico discredito dell’establishment.

Difatti – andando al governo – la Lega di Matteo Salvini ha ottenuto quella completa legittimazione che ora le consente di federare (assorbire) gli sparsi brandelli di una destra orfana della leadership più che declinante di Berlusconi, come hanno dimostrato i recenti summit di Palazzo Grazioli, in cui il ministro dell’interno è stato incoronato come nuovo boss supremo e al vecchio è stato garantito un tramonto tranquillo sotto forma di mantenimento delle rendite televisive (alla faccia dei proclami barricadieri di Vito Crimi). Più di breve periodo i vantaggi incassati dai Cinque stelle di Luigi Di Maio (reduce dal volo in Cina, si trattasse di business class o meno): un’esperienza di governo che gratifica ministri, staff e militanti ma che sta producendo la perdita di qualche colpo, registrata dai sondaggi. Che potrebbe tradursi in qualcosa di molto peggio nel fatidico appuntamento dell’anno prossimo. Proprio per gli squilibri posizionali con l’attuale alleato.

Infatti la competizione si svolgerà tra due campi politici ben definiti (seppure – diciamolo – assai poco attraenti): i sovranisti, intenzionati a sbaraccare l’Unione europea e il suo sogno (ormai dimenticato) di creare un grande spazio sovranazionale, per ritirarsi nei confini antistorici quanto propagandisticamente rassicuranti/redditizi delle “piccole patrie” (in un mondo dove ormai la fanno da padroni Stati a dimensioni continentali); i tecno-europeisti, schierati a difesa di uno status quo unionale ben poco gratificante, se non per banchieri e frequentatori di Palazzi a Strasburgo/Bruxelles.

Accertato che Silvio Berlusconi ha preso atto di non poter avere parte in commedia nella prossima vicenda e che Carlo Calenda ha rivelato una cultura politica da funzionarietto di Confindustria (come da curriculum di portaborse di Montezemolo), con le rispettive pretese velleitarie di rappresentare possibili alternative, in campo restano solo uno sgarrupato Pd e una destra putinizzata. L’uno a inseguire la fanfaluca di un’aggregazione insalata russa da Macron a Tsipras, l’altra a mettere insieme i peggiori ceffi (xenofobi, omofobi, reazionari oscurantisti affascinati dall’uomo forte del Cremlino) che girano per il continente. E il Movimento 5 Stelle dove sta?

Cerca di blandire Salvini pigolando qualche italians first (il reddito di cittadinanza, ma non per i poveri di colore) però vota a favore delle sanzioni contro l’Ungheria di Orban nel parlamento europeo. Insomma, non può riconoscersi in nessuno degli aggregati che vanno costituendosi per la prossima sfida all’OK Corral del 23 e 26 maggio prossimo. Una condizione che ha un solo nome: marginalità. Effetto del confuso sincretismo programmatico che ha portato ai successi elettorali degli anni passati ma che ora rende ben problematico presentarsi con un profilo identitario minimamente riconoscibile. E cresce il rischio che la bulimia salviniana di voti faccia banchetti primaverili anche sul banco mal presidiato da Di Maio e soci. Anticamera per situazioni insostenibili in sede di governo nazionale.