Giovanni Tria è un economista e accademico. Quel che si tende a dimenticare, e che invece dovrebbe essere sempre rammentato, è che negli anni passati il professor Tria è stato consigliere di Renato Brunetta.

Consigliava il professor Brunetta che consigliava il Cavalier Berlusconi sui passi falsi da evitare e sulle cose buone da fare. Consiglio su consiglio, Tria è andato avanti mentre sia Brunetta che Berlusconi sono andati indietro.

Ora il professor Tria consiglia il professor Conte che consiglia Di Maio sui passi falsi da evitare al suo governo, su ciò che si può fare e ciò a cui è necessario rinunciare.

Il timore o il sospetto è che i consigli del professor Tria, a cui l’aspetto dimesso e malinconico aggiungono sofferenza al già sofferente stato delle casse pubbliche, arrivino rallentati all’orecchio del destinatario per via delle lungaggini verbali a cui sono sottoposti.

Berlusconi riceveva le sue raccomandazioni attraverso la voce di Brunetta, il primo ricevente e il selezionatore dei consigli. Oggi la prova si rinnova: il ministro spiega a Conte che poi spiegherà a Di Maio. Cosicché è possibile che da orecchio a orecchio le parole saltino, che un verbo divenga un altro, che il presente si trasformi in condizionale. E che invece di intendere si fraintenda.

Perciò il nome di Tria è tirato in ballo anche quando non si dovrebbe, ed esistono oramai più versioni di Tria. La versione numero uno: rigorista ed europeista. La versione numero due: liberale aperturista e un pizzico sovranista. La versione numero tre: qui non si fa credito a nessuno.

Ciascuno sceglie il Tria che gli fa comodo. Ed è questa la novità.

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