“Se tu sapessi da dove, sapresti verso dove“, recita il biglietto lasciato da Hassan sulla parete che attraverso un reticolato irregolare di fili rossi simboleggia l’incrocio dei destini umani. “Da dove” significa principalmente Africa e Medio Oriente. “Verso dove” è l’Europa. Nel mezzo c’è il mare, c’è il viaggio per attraversarlo. In 34mila (1.500 dall’inizio dell’anno, 850 solo tra giugno e luglio secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite), almeno quelli di cui si ha notizia, non ce l’hanno fatta e alcuni dei loro oggetti e delle loro storie sono raccontate nel Museo della fiducia e del dialogo per il Mediterraneo, a Lampedusa.

Inaugurato il 3 giugno 2016 alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e aperto fino all’ottobre dello stesso anno, il Museo che racconta le storie dei migranti è stato visitato da oltre 10mila persone. Ora, in base a un protocollo firmato il 3 ottobre 2017 da Comitato tre Ottobre, Miur e dal sindaco di Lampedusa Salvatore Martello, ha riaperto i battenti con una novità: una stanza in cui i visitatori possono vivere sulla propria pelle l’esperienza del naufragio.

Vi si arriva attraverso un’ideale cammino attraverso le storie di chi ha tentato la traversata e non ce l’ha fatta. Un rosario. Una guida dell’Italia in lingua araba, la torre di Pisa in copertina. Un sandalo. Gli oggetti recuperati dal mare, dai barconi o sul fondo di un gommone sono lì a parlare di sogni e speranze, ma soprattutto di persone, di esseri umani che nel migliore dei casi su questa sponda del Mediterraneo non sono che numeri nelle statistiche del ministero dell’Interno, che tiene il conto degli arrivi lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Nel peggiore, sono il nemico, l’invasore, il capro espiatorio cui addossare i mali del Paese.

Nelle sale del Museo della fiducia  – che si è arricchita quest’anno dell’originale della famosissima illustrazione firmata dall’artista iraniano Alireza Pakdel, che raffigura le vittime di un naufragio mentre precipitano verso il fondo del mare – le loro storie intersecano quelle degli emigrati e sfollati italiani raccontati attraverso i reperti forniti dall’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, in un tentativo di distruggere le barriere fisiche e mentali e un mezzo per coltivare semi di umanità, empatia e solidarietà.

La solidarietà che nasce dalla condivisione è il concetto alla base della stanza dei naufragi. I giubbotti di salvataggio appesi alle pareti sono il simbolo dell’ultimo stadio della vita prima del trapasso. Prima del naufragio, che nel buio della sala viene raccontato al visitatore attraverso gli audio originali dei soccorsi e un video proiettato sulla parete di fondo che dà l’illusione di essere presente sul luogo dell’evento, creato grazie ai materali forniti dalla Guardia costiera, dai Vigili del fuoco e da Medici Senza Frontiere. Un’esperienza sinestetica introdotta dall’immagine rovesciata della Porta di Lampedusa di Mimmo Paladino, emblema dell’isola che accoglie dopo i pericoli e la morte affrontati in mare. Che diventa cielo, nella rappresentazione del mondo vissuta dagli occhi di chi naufraga, precipita lentamente verso il fondo e non farà più ritorno.

@marco_pasciuti