Allarme! Allarme! Gallipoli non è più la Ibiza italiana! Sfortunata e morente, sta versando lacrime amare. I giovani ad un tratto sono spariti, le strade si sono fatte buie, e i ristoratori, gli albergatori, i commercianti sono sull’orlo di una crisi di nervi. Tra le più fameliche orde di predatori io inserisco d’impeto coloro che campano di turismo. Perché non hanno misura, non hanno equilibrio. È tutta una corsa ad arraffare, conquistare spazi, promuovere abusi, scansare ogni minima regola.

Gallipoli è stata definita ingiustamente la perla del Salento. Lei, la città di mare che si affaccia sullo Ionio, è innocente ed era in gioventù bellissima. La natura e gli avi l’hanno resa preziosa con l’incanto di una lingua di terra tonda che si adagia sull’acqua e dall’acqua raccoglie ogni frutto. La natura e gli avi non hanno pensato però a chi, secoli dopo, l’avrebbe abitata e abusata. Un’orda di predatori che in nome dell’arraffa – conquistare ad ogni costo e ad ogni prezzo, ogni disgraziato che avesse le sembianze di turista – l’hanno allagata di cemento. Hanno eretto, con la presenza di attiva omissione dello Stato, dell’amministrazione comunale e di tutti gli altri enti chiamati a tutelare il paesaggio, l’equilibrio e la bellezza, un’edilizia cafona, incivile, tracimante. E per anni, nei palazzotti costruiti ai margini della città vecchia, nelle stamberghe trasformate in case, nei parcheggi trasformati in b&b, hanno raccolto poveri cristi, per lo più giovani, chiedendogli questo mondo e quell’altro.

Gallipoli l’anno scorso non era una città ma, in alcune sue porzioni, una latrina a cielo aperto. E in troppi altri casi una serie infinita di abusi. Finalmente la magistratura, ridestatasi da un sonno lungo vent’anni, ha sanzionato chi aveva infranto non una regola ma una montagna di prescrizioni chiudendo locali e l’esercizio abusivo di attività turistiche. Apriti cielo! Turisti spariti, albergatori in crisi. E solo perché adesso finalmente per tuffarsi a mare non bisogna accoltellare il vicino di ombrellone, per mangiare un gelato non bisogna fare la fila come alla Asl, e andare al ristorante non deve trasformarsi in un’avventura.

Gallipoli è la quintessenza della nostra coscienza sporca, perché diciamo che il turismo è una fonte preziosa della nostra ricchezza ma poi dimentichiamo di curare la radice quadrata di questa pietra preziosa: la bellezza. L’Italia è bellissima e il suo Sud lo è in una forma straordinaria. Ma migliaia di azioni di rapina l’hanno sfregiata e ora gli autori dello sfregio, dopo aver incassato (fatturando però incassi miserabili) ogni ben di Dio, si lagnano se qualcuno, magari dopo anni, chiede conto.

Il lamento è tanto più orrido perché proviene da gente che non ha avuto misericordia di un ulivo, di una duna, di uno scoglio. È gente senza cuore e senza anima, che governa la sua vita immaginando che i soldi debbano servire a farne altri, solo quello. Non hanno un pensiero, gli basta essere clienti di qualcuno, non hanno personalità, gli basta essere devoti. Sono cattivi cittadini che non hanno cura dei loro figli e non hanno amore dei loro luoghi. Oggi va di moda eleggere una località capitale di qualcosa.

Gallipoli, a mio avviso, dev’essere eletta città martire per l’anno 2018. Ha subìto, come altre sue innocenti sorelle calabresi, campane, siciliane, il martirio senza che sia mai scoppiata una guerra, solo grazie alla forza di gravità della cafonaggine che lì, per motivi imprescrutabili, si è data convegno.

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