Mi sono spesso immaginato a scavare a mani nude nelle fosse comuni, per cercare i resti di mio cugino Mustafa. E’ una immagine che non mi lascia e mi insegue fin da quando abbiamo saputo della sua definitiva scomparsa in Siria. La sua, quella di un ragazzo di poco più di trent’anni, con una figlia, è stata una scomparsa nella scomparsa. Perché in Siria le persone spariscono ad un check point o quando vengono convocate in una delle sedi dei servizi segreti.

All’inizio, le famiglie rimangono attaccate alla speranza. Si abbandonano al lutto solo quando il proprio caro scompare definitivamente. La parola fine la mettono tutti allo stesso modo, dopo un percorso di ricerca del fantasma del proprio congiunto. Per Mustafa è stato uguale. Risucchiato nel nulla, ad un posto di blocco dell’esercito a Homs, mentre si recava a lavoro. Non ne sappiamo niente per un anno. Poi, ricordo la chiamata a telefono. Era il 2014.

Ero in ufficio, a Beirut, in Libano – Paese di 4 milioni di abitanti che accoglie due milioni di siriani –, bevevo l’ennesimo caffè. Il fratello di Mustafa mi chiama: “E’ morto”. “Chi?” domando. “Mio fratello”. “Come?”. “Vieni a casa”, taglia corto. Esco da lavoro e salto sul primo taxi: direzione Cola, stazione dei bus. Lì trovo mio cugino. Non parliamo e saliamo su un pullman per Tripoli dove cambiamo e prendiamo un microbus per il confine con la Siria. Per tutto il tragitto lo vedo contenersi nel pianto. Le lacrime, soprattutto nel mondo dal quale viene, sono un segno di debolezza: anche se le versi per un fratello morto.

Sua madre, mia zia, è nel salone ad aspettarci. Casa sua dista solo pochi chilometri in linea d’aria dall’abitazione in cui si trova ora, costruita da una ong polacca, e data in gestione a un capo locale: una di quelle figure che fanno le veci dello Stato nel Paese dei cedri. Lei, mia zia, era vestita di nero. Il suo viso, pallido e segnato dalle occhiaie, era in perfetto contrasto con il suo velo, hijab, color della notte. Mentre la guardavo, domandavo a me stesso come sarebbe sopravvissuta alla notizia della morte della carne della sua carne. Pensai a Maria, china davanti alla croce di Gesù. Immaginai mia zia inginocchiata davanti alla bara vuota di mio cugino.

Per noi l’esilio era tutto li, condensato nell’orizzonte visibile dalla finestra della sala che ci mostrava – ma non ci faceva toccare – la Siria e il villaggio natale, quello da cui mio padre, Mohamed, scappò nel 1968 per scampare alla cruenta repressione che il partito Bath – al potere dal 1963 – stava portando avanti contro tutti gli altri partiti (nazionalisti e laici in primis). Proprio quella striscia di confine, che separa l’abitazione libanese di mia zia e la sua casa in Siria – affidata a uno sfollato di un villaggio turcomanno che aveva perso tutto – venne attraversata da mio padre quando fuggì una notte sapendo di non poter più fare ritorno. Peregrinò per diversi Paesi arabi. In Kuwait fu arrestato e spedito in carcere due volte a causa della soffiata di un informatore che raccontò alle autorità che quel giovane aveva un passaporto falso, cioè quello con cui era riuscito a fuggire dal suo Paese.

La Siria di allora, controllata dall’ex presidente Nurredin al Atasi e Salah el Jadid, terminò poco dopo quando i due furono imprigionati dal loro delfino, Hafez al Assad, che li rinchiuse nel carcere del Mezzeh, a Damasco, fino al giorno del loro decesso. Trent’anni dopo.

A separare la Siria di mio padre da quella attuale, il popolo di 50 anni fa da quello di oggi, c’è un abisso fatto di confessionalizzazione indotta dal governo. Proprio in quell’orizzonte dove risplende la Siria, visibile dalla finestra dell’abitazione libanese della madre di Mustafa, a circondare il nostro villaggio natale, Talkalakh, ci sono una miriade di villaggi alawiti e cristiani. Le divisioni, anche prima della guerra, erano ben nette. Le comunità confessionali, al contrario di quanto detto dalla propaganda di regime, erano ghettizzate. Lo testimonia lo scarso numero di matrimoni misti o il fatto che gli alawiti, in senso generale, venivano considerati – nel senso comune degli altri siriani – come automaticamente appartenenti o collegati a qualche apparato di sicurezza. Persone, insomma, da cui bisognava stare alla larga.

Ma queste dinamiche, nel salotto di quella casa a Beri, piccolissima cittadina libanese, quasi esclusivamente abitata da rifugiati siriani, a ridosso del confine con la loro madre patria, a noi non interessavano. Ci importava di Mustafa. Un ragazzo che non aveva mai preso parte alle manifestazioni contro il governo, anche quando nel 2011 tutta la popolazione del suo villaggio era scesa in piazza contro al Assad, ricevendo come risposta le pallottole dell’esercito. Mustafa aveva visto morire molti suoi amici: giovani della famiglia Shueti, Dandashi o Kurdi. Perfino un poliziotto era stato messo al muro dall’esercito perché era stato visto prendere parte ai cortei. Anni prima della guerra, nel 2009, avevo partecipato alla festa che il padre di questo poliziotto aveva organizzato quando suo figlio aveva finito la scuola dei cadetti. Ricordo le corone di fiori in casa. La strette di mano e gli abbracci che ci scambiammo.

Noi celebrammo il funerale di Mustafa senza corpo. Conoscenti e amici vennero per tre giorni a casa a porgere le loro condoglianze. “Magari è ancora vivo, non disperate” ci disse un amico. Ma nei mesi precedenti i fratelli di Mustafa le avevano provate tutte. Avevano pagato un ufficiale alawita – appartenente alla setta del presidente Bashar al Assad – per ottenere informazioni su loro fratello. Non accadde nulla e questo si intascò i soldi. Nulla cambiava, nulla mutava il silenzio. Fu solo quando un giovane, amico di mio cugino, uscì dal carcere che tutto si modificò rapidamente e scoprimmo di averlo perso per sempre. “Ammazzato, gli hanno spaccato il cranio” ci disse.

Dopo il funerale, aspettammo per giorni, mesi, anche ora, il certificato di morte che il governo manda a tutte le famiglie che hanno un caro in carcere. Recitava sempre così: “E’ deceduto per stanchezza” o “attacco di cuore”. Decine di migliaia di siriani, anche Mustafa, sono morti di attacco di cuore o di stanchezza. Secondo stime di Amnesty International, solo nel carcere della città di Saidnaya, dove c’è un santuario caro ai cristiani, sono morte circa 13 mila (13 mila!) persone – di stanchezza o di attacco di cuore, per il governo. Forse ci siamo sbagliati e mezzo milione di persone non sono morte sotto i bombardamenti aerei dei salvatori russi o sotto quelli del governo di Damasco. Sono tutti deceduti per stanchezza.

Oggi, la speranza è qualcosa che in Siria non ci si può più permettere. L’abbiamo provata molte volte in questi anni. A cominciare dal 2000, quando davanti al parlamento siriano riunito venne annunciata la morte di Hafez al Assad, il leader supremo, il condottiero degli arabi, il leader dei leader. La televisione siriana mostrava in diretta le immagini trasmesse dalla Camera dei deputati (il congresso del popolo). Il presidente annunciava la dipartita del leader e molti parlamentari si asciugavano con i fazzoletti lacrime che non cadevano, mentre altri battevano i pugni sui banchi o giuravano eterna fedeltà, nonostante la morte, al grande leader.

Il figlio, Bashar, fu la speranza degli ingenui. Ci si aspettava che avrebbe liberato i detenuti politici, aperto il Paese alla democrazia e fatto cessare la tortura. Questo perché aveva studiato all’estero e sembrava estraneo alle dinamiche di potere. Il gesuita padre Dall’Oglio, amico – maestro – scomparso in Siria da cinque anni, si recò al funerale del vecchio leader, nella città di Qardaha, e gridò “signor presidente, ci sono un prete e un Imam che la vogliono aiutare nel suo difficile compito”. Ma, raccontò lo stesso padre Paolo, “non c’è cosa peggiore di essere traditi dalla persona a cui hai dato fiducia”. Infatti gli arresti continuarono, intensificandosi nel 2001 e nel 2005. Fra gli arrestati, nel silenzio complice delle Chiese cristiane d’oriente, anche moltissimi cristiani. Senza scordare, poi, gli assassinii dei leader cristiani libanesi portati a termine dai servizi siriani. Non una parola, salvo da parte di pochi, si alzò per condannare quanto avvenuto.

Le valigie che avevamo preparato a casa, a Milano, per un ipotetico ritorno in Siria furono disfatte. Nel 2011, all’inizio delle manifestazioni pacifiche in Siria, la comunità siriana in Italia legata al governo di Damasco organizzò diversi incontri con Assad. Alcuni di quelli che vi presero parte portarono delle lettere che consegnarono a mano al presidente. Queste missive contenevano suppliche di informazioni o di clemenza verso il caro arrestato. Nessuna risposta.

In quegli anni, dal 2011 al 2013, ricordo che provammo speranza: diversi Paesi nel mondo sembravano essersi interessati alla causa siriana e, da li a poco, sognavamo il ritorno degli esiliati, come me e mio padre, alle nostre case. “Tutto quello che voglio è andare insieme a te a visitare la nostra casa e la tomba del nonno”, mi ripeteva mio padre che non partecipò al funerale di mio nonno perché viveva in esilio in Kuwait. Lui, Mohamed, tranquillo pensionato che vive a Milano, non poteva sapere, nel 2016, che non avrebbe preso parte neanche al funerale di mia nonna, sua madre.

L’esilio è così: ci ha trasformato in assenti viventi ai funerali o alle nascite. E’ generale, in Siria, questa condizione. A Milano, una ragazza mi raccontò che suo padre, negli anni ottanta, era tornato a Damasco a trovare i famigliari. Sarebbe dovuto tornare una settimana dopo, ma rientrò in Italia dopo 16 anni. Arrestato perché accusato da un rapporto dei servizi segreti di essere un fondamentalista islamico, passò oltre dieci anni nel carcere di Palmira. Quando tornò a Milano non era più quello di prima. Sua figlia, ma anche gli altri due figli, non vollero più sapere nulla della Siria. Come loro, esiste una intera generazione nata nell’assenza dell’esilio che ripudia un Paese che li ha rinnegati a sua volta.

Ora, a distanza di quattro anni dalla definitiva scomparsa di Mustafa, della Siria non ci importa più. Sta seppellita insieme a una intera generazione in qualche fossa comune. Sotto quei corpi, in una di quelle buche, è stato gettato un sacco riempito con la speranza che abbiamo imparato a dimenticare.