“Meno male che ci sono stati Domagoj Vida e Ognjena Vukojevic! Nessuno ha avuto il loro coraggio, in un Mondiale del calcio che assomiglia tanto alle Olimpiadi del 1936, con la differenza che a Russia 2018 non c’è stato nessun Jesse Owens”: per lo scrittore spalatino Jurica Pavičić, 53 anni, columnist del quotidiano Jutarnji List, critico cinematografico e autore di libri da cui sono stati tratti film di successo (in Italia sono stati tradotti i racconti Il collezionista di serpenti e il romanzo Cappuccetto rosso, Salento Books), il video che inneggiava all’Ucraina, postato in Rete subito dopo la vittoria dei croati contro la Russia, è stato l’episodio più significativo di una Coppa del Mondo dove “tutti hanno fatto finta di niente”, scansando questioni cruciali come quello della Crimea e dell’appoggio ai secessionisti, come la repressione nei confronti degli oppositori o come i lacci e i lacciuoli per limitare le libertà civili.

Pavičić è sempre stato una voce fuori dal coro, i suoi articoli e saggi sulla Croazia, i Balcani e i rapporti con l’Europa hanno spesso provocato polemiche feroci: l’hanno accusato d’essere uno “jugonostalgico”, un estremista di sinistra, solo perché racconta l’altra faccia della storia. O perché non sta dalla parte di chi non distingue fra il popolo e i portavoce ufficiali della nazione. Gli attacchi che di tanto in tanto subisce fanno ormai parte di un’atmosfera politica e culturale che lascia spazi sempre più esigui a chi non accetta le regole del gioco (ben più severe di quelle del calcio) imposte dall’alto.

Oggi, per esempio, i russi che non si sono fatti infinocchiare dalla melassa retorica del Mondiale – l’evento sportivo più caro di sempre – ricordano la giornalista e attivista di Memorial per i diritti umani Natalia Estemirova. Sparita a Grozny, una mattina del 15 luglio di nove anni fa: stava recandosi al lavoro, era appena uscita di casa quando qualcuno l’ha costretta a salire dentro un’auto. Natalia urlava, gridava che la stavano sequestrando. Nessuno è intervenuto. Nemmeno i due testimoni che poi hanno raccontato il rapimento alla polizia. Dissero solo che la vettura si era allontanata a gran velocità.

Il corpo di Natalia è stato ritrovato in un boschetto, a un centinaio di metri dalla complanare federale Kavkz, nei pressi del villaggio di Gazi-Yurt, in Inguscezia. Le avevano sparato alla testa e al petto. Aveva 51 anni. Purtroppo mi occupai della vicenda: dalla sede moscovita di Human Rights Watch ci dissero che Natalia stava lavorando a un’inchiesta molto scomoda, un caso assai “sensibile” (termine che indicava materiale imbarazzante per le autorità) su costanti violazioni dei diritti umani nei villaggi ceceni sottoposti al pugno di ferro delle milizie paramilitari cecene e da forze governative russe: centinaia di uccisioni, torture, sparizioni. Le indagini ufficiali portarono invece ad una soluzione che escludeva responsabilità governative.

L’omicidio della povera Estemirova venne attribuito al ribelle Alkhazur Bashayev: temeva che l’inchiesta di Natalia lo coinvolgesse, anche perché l’attivista aveva scritto che lui reclutava combattenti senza che le autorità si opponessero, anzi, che probabilmente agiva per conto dello stesso Ramzam Khadirov, il presidente despota della Cecenia. La tesi dell’indagine era che Bashayev voleva diffamare Khadirov. Un pool di giornalisti del giornale Novaya Gazeta, assieme a Memorial e alla federazione internazionale dei diritti umani hanno svolto un’inchiesta parallela (e ci stanno ancora lavorando): sulla base del loro lavoro, sono convinti che ci sia stato un depistaggio per insabbiare il caso.

Ecco, nel giorno che il calcio celebra l’apoteosi putiniana di Russia 2018 con la grande finale Croazia-Francia, ci sono storie – come quella di Natalia – che non hanno finale. Senza Var che possano dirci la verità, o qualcosa di molto vicino alla verità. Con arbitri di parte.

Naturalmente, tutto ciò è out. Media e sociologi di regime da qualche giorno si affannano a spiegare che Russia 2018 è stato un successo per Putin. Ma lo stesso capo del Cremlino non è soddisfatto, almeno, non come avrebbe voluto. Puntava a un Mondiale apolitico e perfetto: l’organizzazione è stata impeccabile, gli stadi molto belli; ma la politica è invece stata alla fine protagonista, complice l’eliminazione degli squadroni come il Brasile, la Germania o l’Argentina e quindi delle superstar come Ronaldo e Messi. La Fifa, d’intesa con Putin, sperava che il calcio non fosse ostaggio dei nazionalismi. Mai come stavolta, invece il calcio è rimasto inchiodato alla nazionalità. La stampa croata è, in questo senso, unanime: la partita non solo dirà chi pratica il gioco migliore del mondo, ma chi ha più cuore. Più passione. Più attaccamento ai valori identitari. La speranza di farcela è altissima: “Questo campionato ha dimostrato che le squadre non favorite possono farcela”.

L’altro obiettivo, più dissimulato, è quello di lavare il calcio croato da tutti i suoi peccati. Una clamorosa vittoria, sarebbe un viatico per perdonare chi è rimasto invischiato nella rete della corruzione organizzata dall’ex boss della federazione croata, Zdravko Mamic, scappato in Bosnia-Erzegovina e già condannato a sei anni di galera. Dunque, questione di vita e di morte giudiziaria. Luka Modric, il capitano, è accusato di falsa testimonianza. Dovesse vincere oggi, sarebbe l’eroe di tutto un popolo. Nelle librerie di Zagabria la sua agiografia scritta da due giornalisti spagnoli campeggia nelle vetrine, come un altarino, fiancheggiato dalle bandiere della Croazia e della nazionale. Difficile non immaginare che ci sarà spazio per tanta indulgenza… e non solo per lui, ma per quei dirigenti che hanno lucrato sul “petrolio” calcistico, l’esportazione di giocatori dall’infinito talento, pagati spesso a peso d’oro (sul quale tutti, in patria, hanno preso cospicue e non dichiarate percentuali). Già si ipotizza l’amnistia “mondiale”. Al contrario, la sconfitta non renderebbe i magistrati clementi e comprensivi.

L’unico timore, espresso tra le righe, è che ci sia Mammone in agguato. Che qualcuno possa far intendere che perdere comporti futuri ingaggi da favola. I tifosi sono complottisti di natura, concepiscono il calcio come un’asta senza frontiere. Esorcizzano paure con alibi meschini.

Però, alla fine, c’è il senso dell’epopea. Del momento storico, irripetibile. Ho viaggiato sino a Zagabria. Da Trieste alla frontiera con la Croazia, un infinito serpente di auto provenienti da Austria, Germania, Svizzera, persino dall’Irlanda. Gli emigrati che non sono andati a Russia 2018, hanno ripreso la strada di casa. La diaspora croata si è data il passaparola: torniamo a tifare Hrvatska! A farlo dove è giusto: in piazza Ban Jelavic, a sbirciare il megaschermo, a cantare, urlare, a piangere se non ce la faremo a sconfiggere i francesi.

La piazza Jelavic, quella dove abbiamo celebrato l’indipendenza. Che non è bella, anzi. Ma è il centro della nostra capitale. Il centro di un Paese che vorrebbe dimenticare gli orrori della guerra finita ventitré anni fa, mentre invece le sue memorie l’inseguono giorno dopo giorno, anche tirando pedate al pallone di un mondiale che potrebbe essere un sogno. Peccato che piova: lacrime del cielo. Come se lassù il cielo sapesse già il risultato.

“Sai”, mi dice un amico di Zagabria, “noi siamo molto cattolici. E oggi è san Bonaventura. Il nome parrebbe essere d’auspicio. Ma san Bonaventura era uno che amava la Francia, che insegnava alla Sorbona e che morì a Lione (nel 1274, ndr.)”. Scrolla le spalle, aggiusta la maglietta a quadri bianchi e rossi, si avvia lungo la ulica Boskovica verso Ban Jelovic. Prima delle fatali cinque della sera, si consolerà da Boban, il ristorante dell’ex attaccante milanista, che però è a Mosca, allo stadio Luzhniki. Io opto per Korcula. Sfortunatamente Korcula è chiuso, “per partita”. Lo raggiungo al volo, alle 14 e 30 chiude pure lui. In realtà, chiude tutto il Paese: lo ha chiesto il governo.