“Siamo tanti a non volerci sentire responsabili di navi bloccate e di porti chiusi, mentre ci sentiamo corresponsabili di governi che, dopo avere sfruttato quei Paesi e continuando a vendere loro armi, poi reagiscono se si fugge da quelle guerre e da quelle povertà; non vogliamo vedere questo Mediterraneo testimone e tomba di una sorta di genocidio, di cui diventiamo tutti in qualche modo responsabili”. A scriverlo in una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte è il vescovo emerito di Ivrea, monsignor Luigi Bettazzi, che in passato è stato per 17 anni presidente di Pax Christi, il movimento cattolico per la pace, e da sempre su posizioni molto avanzate nel solco del Concilio Vaticano II. Bettazzi, 95 anni, è tra l’altro l’unico vescovo italiano presente al concilio ecumenico voluto da Giovanni XXIII oggi vivente. Tra le altre cose Bettazzi nel 1978 fu tra i cosiddetti “vescovi-coraggio” (insieme al vescovo di Livorno Alberto Ablondi e l’ausiliare di Roma Clemente Riva) che, durante il rapimento Moro si offrirono, senza successo, alle Brigate Rosse per essere presi in ostaggio al posto dello statista.

La lettera di monsignor Bettazzi a Conte è stata diffusa dalla rivista Mosaico di Pace: “Non ignoriamo – si legge – che i problemi sono immensi, dai rapporti con Paesi che noi – Europa tutta – abbiamo contribuito a divenire ciò che essi spesso sono (costruttori di lager e tutori di brigantaggi), a quelli con i Paesi di partenza degli immigrati (con cui già i Governi precedenti avevano progettato iniziative, sempre fermate al livello di progetti). Vorremmo davvero che l’Italia, consapevole della sua tradizione di umanità (prima romana, poi cristiana) non accettasse di divenire corresponsabile di una tragedia, che la storia ha affidato al nostro tempo e da cui non possiamo evadere”.

Il presule dice di scrivere la lettera “da un edificio diocesano che ne ospita”: “Lo faccio non come antica autorità religiosa al presidente di un Governo ‘laico’ (anche se un autorevole membro del Suo Governo ha sbandierato, sia pure in campagna elettorale, simboli apertamente religiosi, anzi cristiani, quindi compromettenti) soprattutto dopo i costanti, appassionati appelli di Papa Francesco e le autorevoli istanze dei responsabili della Cei”. Lo fa, piuttosto, “come cittadino dell’Italia che, nella Costituzione, garantisce il diritto d’asilo a quanti, nel loro Paese, sono impediti di esercitare le libertà democratiche; lo faccio come cittadino dell’Europa, che, nella Carta dei diritti fondamentali, afferma: ‘La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata’”.

L’ex vescovo di Ivrea riconosce a Conte “che Lei, al recente vertice Ue, ha fatto sentire fortemente la voce dell’Italia; ma siamo stati delusi dalla sordità della maggioranza dei rappresentanti dell’Europa (me lo lasci notare, anche delle nazioni tradizionalmente più ‘cristiane’) e dell’incapacità dell’insieme di mantenere le tradizioni ‘umane’ del nostro Continente e dell’ispirazione iniziale della sua unità. Mi lasci dire che siamo – parlo di tanti di cui ho colto il pensiero – altrettanto delusi che, nella difficoltà di ottenere consensi più ampi, l’Italia rimanga su posizioni di chiusura, forse (ma solo ‘forse’ se guardiamo al nostro passato coloniale o ci proiettiamo sul nostro futuro demografico) comprensibili sul piano della contrattazione, non su quello del riferimento a vite umane“. “Al di là di un’incomprensibile indifferenza o di un discutibile privilegio (‘prima gli italiani’ – quali italiani? – o ‘prima l’umanità’?!), credo che, nell’interesse della pace, aspirazione di ogni persona e di ogni popolo, l’Italia possa e debba essere – per sé e per tutta l’Europa – pioniera di accoglienza, controllata sì, ma generosa”.

Come già era accaduto a monsignor Gianfranco Ravasi su twitter, il messaggio di Bettazzi è stato preso di mira da commenti che sono sfociati anche nell’epiteto, nell’insulto, nella diffamazione, nella calunnia. Piccate alcune risposte, in cui monsignor Bettazzi viene invitato ad ospitare i profughi a casa sua. Evidentemente non avevano letto con sufficiente concentrazione il passaggio in cui Bettazzi ha spiegato di aver scritto la lettera da un luogo che ospita già dei migranti.