Il piccolo principe non è mai diventato re. È cresciuto, da ragazzino si è fatto uomo, sempre pedalando, faticando, un po’ soffrendo, vincendo molto meno di quanto tutti ci saremmo aspettati: sabato Damiano Cunego si è ritirato e a me mancherà da morire. Il campionato italiano a Darfo Boario Terme è stata la sua ultima corsa in bicicletta, 14 anni dopo quel primo e unico Giro d’Italia vinto nel 2004, che avrebbe dovuto essere l’inizio di una carriera straordinaria e invece fu solo il suo apice.

L’addio di Cunego al ciclismo forse non è poi una gran notizia: di lui si erano perse le tracce da tempo, correva per una squadra di seconda categoria che non è stata nemmeno invitata al Giro, il suo ultimo successo risale al 2017 (addirittura in Cina), non è più competitivo da almeno cinque anni. Nelle ultime stagioni ha continuato a correre da gregario, perché è la cosa che sapeva fare meglio, un mestiere non peggiore di un altro. Non posso dire che fosse ancora il mio idolo, ma se mi sono fermato a ripensare a lui è perché davvero gli sono stato affezionato.

Come nella fiaba, io l’ho aspettato per tutti questi anni, dopo un po’ senza pretendere più nulla, ma credendoci sempre un pochino in fondo al cuore. Fin dal primo giorno in cui l’ho conosciuto a Falzes, nel 2004, quando un ragazzino di 22 anni stupì il mondo del ciclismo andando a vincere il suo primo (e unico) Giro d’Italia. Marco Pantani era morto da qualche mese, nella mia testa di adolescente rimasto orfano del suo mito (e non solo nella mia, credo fosse un sentimento collettivo) c’era un gran bisogno di ritrovare un nuovo idolo a cui aggrapparsi. Lui, con quella faccia così fresca, pulita, sembrava un segno del destino, e un predestinato. Il nuovo Pantani, il nuovo campione del ciclismo italiano.

Dopo quell’anno magico, però, la sua carriera è stata lunga, e molto meno vincente del previsto. Non si può dire certo che sia stato solo un bluff: ha conquistato tre Giri di Lombardia e un Amstel gold race fatto piazzamenti importanti. Però mai più un Grande Giro, nemmeno sul podio: quarto, quinto, sesto, un paio di ottimi Tour de France nel 2006 e soprattutto nel 2011, quando quasi tutti avevano smesso di crederci (io mai). Ma anche tante sconfitte e delusioni: secondo sull’Alpe d’Huez, un giro di Svizzera perso per una manciata di secondi, beffato pure ai Mondiali di casa di Varese dal suo compagno di squadra Ballan. All’inizio ci soffriva, e io con lui, poi è sembrato accettarlo. “Non è male essere nei primi cinque-dieci al mondo, io faccio il massimo”, diceva spesso. All’inizio non capivo, quelle parole mi sembravano così dimesse, la rassegnazione di chi non ha ambizione. Poi ho capito pure io.

Damiano Cunego è stato un buon corridore, in certi momenti della sua carriera un ottimo corridore, ma non un campione. E soprattutto ha saputo esserlo, abbracciando una normalità che a volte è così vicina alla mediocrità da sembrarci inaccettabile. Invece lui ha corso per 15 anni in maniera pulita, senza scandali e isterismi, senza mai cadere nella tentazione del doping che è così forte, specie per chi ha assaporato il trionfo e poi ha dovuto rinunciarci. È stato il primo a restituirmi fiducia in questo sport, e se magari qualche volta l’ha delusa, non l’ha mai tradita. Un ciclismo più normale, da uomini e non da supereroi, dove ti tocca faticare ogni giorno, accontentarti di un piazzamento, ammettere che c’è e ci sarà quasi sempre qualcuno migliore di te. Come nella vita. E per questo forse gli ho voluto anche più bene.

@lVendemiale