L’unica autentica forma di governo ontologicamente democratica è quella che prevede che i suoi rappresentanti vengano scelti per estrazione, a sorte. Una cosa assolutamente chiara nella Grecia di Pericle nella quale, tuttavia, la selezione ad excludendum era ferrea in partenza: votavano e potevano essere dunque eletti solo i maschi sopra ai 30 anni, nati da genitori entrambi ateniesi. Su 300mila abitanti, poco più del 10 percento.

L’utopia del caso è tornata di moda nelle opere recenti di alcuni autori, come Piergiorgio Odifreddi (La Democrazia non esiste) o Charly Pache (charlypache.ch), ma l’irruzione di Internet nelle nostre vite ha reso quanto mai attuale il dibattito sulla democrazia totale.

Mai nella storia dell’uomo infatti si era mai potuto pensare ad un suffragio universale che fosse realmente accessibile ad ogni singolo cittadino di uno Stato e in qualsiasi momento, se non con la diffusione tecnologica della interconnessione globale permanente: il risultato ultimo della citatissima “Cittadinanza digitale“.

Dopo l’euforia iniziale tipica di ogni nuova tecnologia epocale che ha visto nascere enormi fortune e nuovi inattesi partiti come il M5S, sono arrivate le paure per la “orwellizazione” del mondo che mette a repentaglio (o addirittura in vendita) le nostre vite stesse, ridotte a sciami di bit in rete in balia di chiunque sappia intercettarli.

L’ultimo tassello di questa visione utopica e distopica al medesimo tempo è il quarto rapporto Censis-Agi intitolato significativamente “L’insostenibile leggerezza dell’essere digitale”, che parafrasa un celebre romanzo di Milan Kundera del 1982. Questo, in piena epoca reaganiana che incitava migliaia di giovani vite all’ambizione capitalista, ripiegava invece nell’intimo assoluto di storie d’amore che all’amore sacrificavano ogni possibile successo sociale, insignificante come la vita stessa che diventava, appunto, totalmente leggera.

Naturalmente, il Censis non è ente da voli pindarici né tantomento romantici. Nel rapporto, freddi dati cercano di dipingere il quadro di un’Italia che cambia la propria testa con l’evoluzione tecnologica e i problemi che questa reca con sé.

La cittadinanza digitale dunque, che dovrebbe farci pervenire in futuro ad una democrazia totale, ad oggi è solamente uno slogan ancora tutto da sviluppare soprattutto quando si tratta di servizi che lo Stato deve offrire ai suoi cittadini. La ricerca purtroppo non esamina questo aspetto specifico dell’utilizzo di Internet ma si focalizza sugli utilizzi generici degli italiani e sui problemi di privacy scoperti (come l’acqua calda) dallo scandalo Cambridge Analytica.

Veniamo così a sapere cose ovvie, come il fatto che oltre il 70% di noi utilizza messaggistica istantanea (Whatsapp, soprattutto), che oltre il 60% è presente su un social network, che oltre il 40% si rovina la vita con i giochi online. Altra informazione lapalissiana è che quasi il 60% degli italiani non legge mai o quasi mai le informazioni sui rischi per la propria privacy in rete.

A questo analfabetismo funzionale non si può rispondere che con una lenta, progressiva, instancabile attività di formazione e informazione. Finora nessun governo ha davvero fatto qualcosa in questo senso: le sparate di Berlusconi su Inglese, Impresa e Internet e le balle al cubo del suo emulo di Rignano hanno lasciato il tempo che trovarono.

Oggi abbiamo al governo un Movimento che ha la rete nel suo dna e che per bocca di Luigi Di Maio ha appena garantito l’accesso universale alla rete come presupposto della democrazia. Speriamo che dichiarazioni tanto importanti non vengano ricordate un’altra volta come l’utopia del suffragio “universale” di Pericle.

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