Un arsenale per una piccola guerra. Lo hanno scoperto e sequestrato i carabinieri di Reggio Emilia seguendo le tracce di uno smercio di droga. Tre pistole, due revolver, nove tra fucili automatici, semiautomatici, carabine, fucili da caccia a canna intera e a canne mozze. Poi un silenziatore, un congegno per l’innesco di bombe, una bomba rudimentale con sfere d’acciaio, polvere da sparo, migliaia di cartucce, pugnali e balestre.

Tre persone sono state arrestate. Alfonso Vasapollo è in carcere mentre per gli altri due, Giovanni Audia e Giuseppe Minarchi, il giudice Giovanni Ghini ha disposto gli arresti domiciliari, (il pm Valentina Salvi si era opposta). Risiedono tutti nella provincia emiliana ma sono originari del crotonese. Alfonso Vasapollo ha lo stesso cognome di Nicola, ucciso nella sua casa alla periferia di Reggio nel 1992 dagli uomini di Grande Aracri all’epoca della resa dei conti tra le famiglie di ‘ndrangheta. La Direzione distrettuale antimafia definisce preoccupante questo ritrovamento: a chi servissero le armi, per che cosa e a chi siano collegati questi tre signori, saranno le indagini a dirlo.

La notizia si sovrappone alle arringhe nel processo Aemilia e toglie smalto alla tesi più accreditata dagli avvocati difensori: le accuse sono “fluidi e sfuggenti”, l’inchiesta è piena di “punti oscuri e buchi neri, per nulla chiara e scontata”. Si ledono i diritti delle difese per “genericità dei capi di imputazione”. E soprattutto si identificano come mafiose attività quali la falsa fatturazione e il caporalato che sono ormai prassi comune nel contesto economico. Ma la ‘ndrangheta è ‘ndrangheta e che esista in Emilia Romagna lo dice anche la prima sentenza di Aemilia passata in giudicato, quella relativa agli imputati che nel rito abbreviato di Bologna hanno deciso in questi giorni di non ricorrere in Cassazione. Il più importante è di gran lunga Giuseppe Giglio, la mente economica della consorteria, imputato per 416 bis come organizzatore della cosca, ora collaboratore di giustizia. La presenza degli affiliati ai Grande Aracri in Emilia oggi è dunque anche una verità giudiziaria e i Grande Aracri le armi le conoscono bene e sanno come usarle.

A doverne rispondere al processo sono Michele Bolognino, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri, Antonio Silipo, Gaetano Blasco, Roberto Turrà, Graziano Schirone, Giuseppe Richichi, Vincenzo Migale, Giulio e Salvatore Muto, Pierino Vetere, Salvatore Colacino, Domenico Grande Aracri e Domenica Tattini. Gli ultimi due sono stati trovati a Sona, in provincia di Verona, con un detonatore da guerra. Gaetano Blasco era un vero armiere esperto che faceva transitare per Reggio Emilia pistole e fucili provenienti dalla Germania e dirette in Calabria. Un uomo apparentemente molto mite come Alfonso Paolini, nella telefonata intercettata del 12 luglio 2012, dice a Nicolino Sarcone, capo cosca a Reggio Emilia: “Noo, mi hanno detto che se non faccio ricorso entro un mese mi tolgono tutte le armi!”.
Sarcone: “Ti tolgono le armi??!! La polizia o i carabinieri?”
Paolini: “Carabinieri. Però ce l’ha mandato il prefetto. Quella puttanona!”

Il complimento è rivolto al prefetto Antonella De Miro, mentre le soffiate agli uomini della ‘ndrangheta arrivavano da alcuni amici in divisa delle Forze dell’Ordine. Un’altra intercettazione più inquietante riguarda una conversazione nella tavernetta di Grande Aracri a Cutro il 28 luglio dello stesso anno. L’intenzione è distruggere e bloccare le pale di un parco eolico per convincere chi di dovere ad affidare i lavori alle imprese della cosca.§
Nicolino Grande Aracri: “Noi distruggiamo questi di qua, voi distruggete quelli di là. Facciamo saltare in aria. Sto aspettando che forse mi portano certe bombe a telecomando, no!, Già preparate con il C4. Una la mettiamo là, una la mettiamo qua. Allo stesso orario!”
Pasquale Arena: “Sì, sì!”
Nicolino Grande Aracri: “Boom! Piglia ed esplodono”
Pasquale Arena: “Finisci nella storia!”
Nicolino Grande Aracri: “Qua gli abbiamo messo una landra (bidone) piena di dinamite, di tritolo.. Che gli ha piegato un palo dall’altra parte. E gli ho mandato a dire: ci dovete dare la gestione. Se ci date la gestione, noi smettiamo.”

Il C4 è un esplosivo al plastico che non ha scadenza ed è molto apprezzato. Nell’estate 2011 era stato effettivamente compiuto un attentato dinamitardo in provincia di Crotone ai danni della società spagnola Acciona, proprietaria del parco eolico in costruzione. Gli uomini della cosca Grande Aracri gestivano un commercio illegale di armi provenienti dall’estero già nel 2002, come accertato dalla operazione Grande Drago. A trasportarle poi al sud erano l’armaiolo della cosca Salvatore Blasco, assassinato nel 2004, e Vincenzo Frontera collegato con Alfonso Mesoraca che operava in Emilia Romagna. L’indagine Edilpiovra mise in luce un gruppo organizzato dedito “alla detenzione di armi da fuoco” mentre l’indagine Pandora, che ha riguardato la guerra tra i Grande Aracri Nicoscia e gli Arena Dragone, ha provato l’esistenza di attività criminose in particolare nella gestione e nel traffico d’armi, con notevoli “ripercussioni sul territorio emiliano”.

I collaboratori di giustizia non sono meno loquaci sulle armi: Francesco Oliverio ammette l’esistenza degli armieri a Reggio Emilia, Angelo Salvatore Cortese spiega che pistole e fucili sono garantite e in mano a persone operative. Poi c’è Antonio Valerio che dice nell’interrogatorio del 15 luglio 2017: “Le armi Blasco le teneva al Ghiardo, in un garage dove basta spingere spingere una porta”.
Pm: “E perché le dava a terzi, le armi?”
Valerio: “E che, se le teneva in casa lui, dottore? La prima perquisizione lo arrestavano, no? Invece in quel modo erano nella disponibilità.”

La ‘ndrangheta moderna di Valerio è moderna anche in questo. Non c’è più una sola armeria: “A Cutro ci sono tanti garage vuoti. Vanno ad infilarsi dappertutto le armi. Fate presto: pigliate le unità cinofile, fatevi un giro a Cutro. Sa quante ne trovate? Con i Tir ci dovete andare. E a Reggio Emilia pure, non è che mancano i posti. Luigi e Peppe U ‘Nciurro che abitano a Bibbiano, Salvatore Silipo, Alfonso Mendicino.” E il 2 agosto aggiunge: “Erald e Gheorghi Zefi mi vendettero un mitra a ripetizione per 600 euro. I proiettili me li diede Gianni Mereu, un sardo che vive a Traversetolo e vende armi, con cui dovevamo fare un furto di cadavere. Sono munizioni buone anche per il kalashnikov e per l’AK 47”. Le armi ci sono al servizio della ‘ndrangheta. Servono per difendersi e per offendere. Sono nascoste in posti sicuri, soprattutto se prima di una retata qualcuno informa la consorteria che sta per arrivare la polizia. E questo significa “controllo del territorio”.