Chi lavora a stretto contatto con Virginia Raggi racconta che mercoledì sera, alla lettura del messaggino whatsapp contenente lo shot della lista ufficiale dei ministri in pectore, le si siano illuminati gli occhi. “Toninelli ai Trasporti. Non me l’aspettavo. Adesso sì che possiamo far ripartire Roma”, avrebbe esclamato la sindaca. Tralasciando le ricostruzioni più o meno romanzate, quel che è certo è che l’accoppiata fra l’ex assicuratore di Soresina alle Infrastrutture e Luigi Di Maio allo Sviluppo Economico potrà permettere all’inquilina del Campidoglio di tirare fuori dal cassetto, nelle prossime ore, il più ambizioso dei dossier: quello virtualmente intitolato “Roma Città Stato”, una sorta dichiarazione d’indipendenza dalla burocrazia nazionale. “Virtualmente”, perché per trasformare la Città Eterna in qualcosa di simile ad una Washington italiana (o Parigi, per restare in Europa) ci vorrebbe una nuova riforma costituzionale, ad oggi numericamente – e politicamente – impensabile. Molto più realistico, e immediato, spingere il nuovo governo ad approvare i decreti attuativi che renderebbero pienamente operativa la legge 42/2009 su Roma Capitale. Cosa su cui Di Maio sembra ben disposto. “Non vogliamo soldi, ma competenze”, scriveva l’inquilina del Campidoglio all’ormai ex ministro Carlo Calenda, prima che sul dialogo fra i due calasse il velo fra battutine infantili e sgarbi istituzionali.

La devolution mai concretizzata – In sostanza, il Campidoglio chiederà all’esecutivo di poter gestire direttamente i fondi che le spetterebbero per il rilancio della Capitale e il suo riposizionamento internazionale, nell’interesse di tutto il Paese. Dai trasporti, ai rifiuti, passando per le infrastrutture e il turismo, le politiche sociali e la gestione di migranti e rom. Ad oggi, come tutti i Comuni italiani, anche Roma deve presentare progetti ai ministeri, con il tramite della Regione Lazio e tutta la fila burocratica che ne consegue fra stanziamenti parziali, attese e – perché no – dispetti istituzionali. Lungaggini e intoppi che negli anni (anche con le filiere monocolore di Alemanno-Polverini-Berlusconi e Marino-Zingaretti-Renzi) hanno bloccato la città. Con il progetto Raggi non si andrebbero certo a eliminare le conferenze dei servizi o le singole competenze, ma il pallino sarebbe in mano al Campidoglio. Una “devolution” alla romana già auspicata dal famoso “patto della pajata” del 2010, ma mai concretizzata anche per l’opposizione dell’allora Lega Nord ancora di stampo bossiano.

Sviluppo e infrastrutture al centro – Cosa c’entrano Di Maio e Toninelli? Le loro titolarità sono la chiave di tutto. Il dossier della Raggi è quasi completamente incentrato sugli investimenti necessari per far ripartire l’economia capitolina (quindi Sviluppo Economico) e le infrastrutture trasportistiche. Il restyling delle metropolitane A e B, il completamento della linea C e la progettazione della D – su cui verte un ricorso da 460 milioni – sono partite su cui bisogna ragionare subito, da soli valgono almeno 3 miliardi. E se l’Atac fallisce l’accesso al concordato, andrà salvata con la copertura di almeno 600 milioni e il sostegno operativo delle Ferrovie dello Stato per evitare l’aggressione dei colossi stranieri. Fra l’altro, un debito quello di Atac che rappresenta un terzo di quello totale delle municipalizzate romane, fermo a quota 3 miliardi, possibilmente da riversare sulla gestione commissariale. E poi ci sono le buche. Il Campidoglio ha calcolato che per riparare agli errori del passato e rimettere a posto gli 8mila chilometri di strade romane serviranno circa 250 milioni per 5 anni, per un totale di quasi 1,3 miliardi. Quindi, la partita dei rifiuti. La scaricabarile Regione-Comune non fa bene a nessuno, il Campidoglio “vuole decidere” e vuole prendersi anche la responsabilità di scelte impopolari, ma serve il sostegno di tutti.

Appello a Salvini: Roma non è più ladrona – A questo punto, la domanda è d’obbligo. Perché mai Matteo Salvini, che ha cancellato la dicitura “Nord” dal nome “Lega” da meno di un anno, dovrebbe permettere agli alleati pentastellati di versare miliardi di euro delle tasse di tutti gli italiani per la rinascita della Capitale – a guida M5S – quando ci sono ancora 13 miliardi da ripianare e il 2044 è lontano? Ecco allora un capitolo del dossier studiato appositamente per convincere i “verdi” che “Roma non è più ladrona” e che un suo rilancio è di “chiaro e preminente interesse nazionale”. Come? Innanzitutto partendo dal bilancio 2017, dove per la prima volta in dieci anni il Campidoglio è stato capace di diminuire il debito, seppur di “soli” 200 milioni: una goccia nel mare, ma un’inversione di tendenza importante. E anche se il Comune non è stato in grado di spendere due miliardi già stanziati per i servizi cittadini, ci sono le sentenze dei Tribunali e le relazioni dell’Anac a certificare che “prima si è rubato, ma ora non si ruba più”. Un segnale, a cui va aggiunto il fatto che oggi gli italiani già stanno ripagando di tasca loro il 60% dei debiti capitolini. “Nominate Virginia Raggi commissaria del debito, ci penserà Roma a rimettere a posto i suoi conti”, diceva lo stesso Luigi Di Maio quando a Palazzo Chigi c’era Paolo Gentiloni. Infine, il cosiddetto “interesse nazionale”. Gli investimenti sugli aeroporti, il rilancio del turismo e dell’economia cittadina secondo le analisi dei pentastellati romani dovrebbe portare al Paese un ritorno economico e d’immagine.

Le prossime mosse – La sensazione è che già nei prossimi giorni, subito dopo il giuramento e la fiducia in Parlamento, Virginia Raggi chiederà di essere ricevuta dai prossimi ministri e dal futuro premier Giuseppe Conte. In modo che la questione romana diventi subito centrale nell’azione del nuovo esecutivo.