Atac consegna le perizie complete sugli immobili, aggiorna il piano entrate, tiene il punto sul pagamento anticipato di 55 milioni alle banche e, in questo modo, guadagna tempo prezioso sul pronunciamento dei giudici. Una manna dal cielo, se si considera l’assenza di prospettive certe sulla composizione del futuro governo. Formalmente passeranno 15 giorni, ma di fatto ci vorrà più di un mese prima che possa esservi un responso da parte del Tribunale fallimentare. Se non si finirà addirittura oltre l’estate.

Le oltre 1.000 pagine di controdeduzioni presentate dal numero uno della società capitolina dei trasporti, Paolo Simioni, hanno ottenuto dunque il primo effetto: costringere il collegio giudicante a prendersi alcune settimane per analizzare tutto l’incartamento e valutare se dare una risposta diversa da quella palesemente negativa agli atti dal 21 marzo scorso. Il plico, tuttavia, sarebbe per ora orfano di un documento fondamentale, ovvero il bilancio 2017 approvato che attesterebbe una perdita di circa 120 milioni di euro (la metà rispetto al 2016 ma il doppio del 2015): nonostante l’azienda abbia fatto pervenire il documento finanziario il 22 maggio scorso, il Ragioniere generale Luigi Botteghi non l’ha ancora controfirmato e la Giunta capitolina (che rappresenta il socio unico) non è stata in grado di ratificarlo.

Nel primo pronunciamento, i giudici Antonino La Malfa, Lucia Odello e Luigi Argan avevano contestato due “problemi di legalità”. Il primo era relativo alla decisione di postergare il rimborso del credito di circa 500 milioni vantato dal Comune di Roma, sebbene lo stesso fosse stato inserito nel piano di rimborso al pari dei creditori privati. Questa voce è stata risolta con l’approvazione in Assemblea Capitolina di una delibera – allegata al nuovo piano – che sposta al periodo fra il 2036 e il 2053 il pagamento delle rate al Campidoglio: l’operazione da mezzo miliardo ha costretto l’assessore al Bilancio, Gianni Lemmetti, a trasferire il credito in un fondo di dubbia esigibilità. In questo modo, tuttavia, il debito di Atac scende formalmente da 1,3 miliardi a “soli” 800 milioni di euro.

Ben più spinoso il secondo tema, che potrebbe andare a intaccare la responsabilità penale dei vertici aziendali. I giudici fallimentari – così come la Procura di Roma – contestano il rimborso da parte dell’azienda di ben 55 milioni alle banche avvenuto il 30 agosto, il giorno prima che il cda desse l’ok all’inizio delle procedure per il concordato. Ovviamente, questo rappresenterebbe un favore ingiustificato a creditori fra l’altro ben più forti rispetto ai tanti fornitori e consulenti finiti loro malgrado nel vortice del concordato. Il consiglio d’amministrazione ha tenuto il punto, sostenendo che si trattava di “meccanismi di rimborso automatico previsti in contratti stipulati negli anni precedenti” e “anteriormente all’ingresso dell’attuale cda”. Il tema è piuttosto delicato anche perché sulle pressioni di alcuni funzionari di banca nei confronti del Campidoglio vi sono due inchieste aperte, una a Roma e l’altra a Bari.

Sul fronte prettamente più tecnico, invece, va sottolineato l’errore iniziale dell’azienda che per la valutazione degli immobili aveva consegnato una perizia parziale, soltanto esterna, alla quale stavolta è stata aggiunta quella più dettagliata già presente in Atac ma che non aveva trovato spazio nell’incartamento prodotto la prima volta. Nei giorni scorsi, quindi, è stato pubblicato il bando per l’acquisto dei primi 320 autobus (sui 950 promessi dal piano) attraverso lo stanziamento da parte della Giunta capitolina di 98 milioni di euro: la scelta è andata sui veicoli a diesel, meno costosi ma che non confermano la linea tracciata da Virginia Raggi che auspicava un passaggio completo all’elettrico entro il 2024. Promesso anche un raddoppio delle biglietterie per provare a incrementare la vendita dei titoli di viaggio.

Le prossime mosse? Entro il 15 giugno la Procura di Roma dovrà depositare al tribunale fallimentare un nuovo parere. Poi ci sarà il pronunciamento dei giudici fallimentari, che però potrebbero chiedere ulteriori chiarimenti all’azienda e stabilire una nuova data per ulteriori controdeduzioni. Cosa che farebbe slittare il tutto a settembre “Sono molto fiducioso, abbiamo presentato una documentazione che riteniamo necessaria per rispondere a tutte le domande e ai chiarimenti che erano stati richiesti”, ha detto il presidente Paolo Simioni.

Tutto ciò mentre dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti – condotto formalmente ancora da Graziano Delrio – arriva finalmente una prima buona notizia: l’Avvocatura Generale dello Stato, interpellata dal ministero, ha espresso il proprio parere ritenendo che il Mit possa sospendere la procedura sull’accertamento del requisito finanziario, in attesa dell’esito del procedimento di concordato attualmente in corso. In ballo c’era una fideiussione mancante per l’iscrizione al registro Ren, indispensabile per autorizzare la libera circolazione dei mezzi. Ma almeno questa vicenda appare risolta.