HOTEL GAGARIN di Simone Spada. Con Claudio Amendola, Giuseppe Battiston, Luca Argentero. Italia 2018. Durata: 93’. Voto 3/5 (AMP)

“Se vuoi essere felice, comincia” diceva il sommo Tolstoj. Se vuoi fare cinema, comincia. Gli fa eco Simone Spada, deb “d’esperienza” avendo lavorato al fianco di maestri più o meno riconosciuti. E allora perché non partire proprio dal profondo est Europa, quell’Armenia che “profuma” di Russia ma disconosce la dittatura putiniana e vanta una resistenza nella Storia da manuale? Perché di resistenza, alla fine dei conti, narra anche Hotel Gagarin, commedia agrodolce fra le nevi (appunto) armene in cui capitano dei diversamente spiantati in cerca del successo. La promessa con cui vengono spediti in questa monumentale struttura alberghiera nel cuore del nulla è il cinema, cioè “fare il cinema”. Ci cadono tutti, a partire dall’aspirante regista Nicola (Battiston), già frustrato prof di liceo con devozioni russe (e sovietiche) e – a seguire – l’elettricista Elio (Claudio Amendola), il fotografo strafattone Sergio (Luca Argentero), la escort per poveri Patrizia (Silvia D’Amico): un imbroglione sotto mentite spoglie di produttore (Tommaso Ragno, sempre più convincente) li scrittura e li mette su un volo accompagnati dalla sua complice slava Valeria (Barbora Bobulova), dietro naturalmente c’è l’inganno per assicurarsi i fondi ministeriali.

Gli sciagurati partono, se la prendono in quel di dietro ma la sorte a modo suo li assiste, perché il cinema inizieranno a farlo davvero, ma con una prospettiva assai diversa: far sognare il popolo armeno durante la guerra che tiene anche loro prigionieri nell’Hotel. Operina di ottime ispirazioni ed aspirazioni, temi forti (il cinema come Sogno ad occhi aperti, l’arte di arrangiarsi, il fare squadra, il riscatto esistenziale… ) gode di una buona partenza (esilarante la prima mezz’ora) per inclinarsi leggermente a metà, con un finale poetico ma un po’ melenso. Come debutto, comunque, non c’è male.

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