Quell’uomo, camorrista o meno che fosse, mi appariva un alieno per età, interessi, modo di esprimersi, perfino per l’abbigliamento un po’ ingessato e per la gestualità misurata. Ripensandoci, in quei giorni, qualche piccolo schizzo della macchina del fango approntata dalla stampa in suo onore aveva condizionato anche me. Il fiotto melmoso era arrivato a destinazione senza che nemmeno me ne accorgessi, sottilmente, viaggiando con le falsità scritte dai giornali, spinto dal vento dei pettegolezzi, trasportato dalle chiacchiere captate in
metropolitana. Per farla breve, dell’innocenza di Tortora mi importava poco e l’idea di una sua eventuale colpevolezza si nutriva più che altro dell’alone di antipatia che lo circondava. La fortuna di ogni età, anche la più giovane, è che muta presto. Bastarono pochi anni, insieme alla frenetica attività di Marco Pannella e di Tortora stesso, per radicare in me la convinzione che l’empatia o meno, ispirata
dai personaggi pubblici, non dovesse influenzare un eventuale giudizio penale nei loro confronti.

Iniziai a seguire la vicenda, ad ascoltare meglio quell’uomo che, nel frattempo, lottava con tutte le sue forze per liberarsi dalle sabbie mobili che lo stavano inghiottendo. Lentamente, molto lentamente, la verità su quel caso si fece largo in tribunale, sulle pagine di qualche
giornale e in mezzo ai libri di diritto ammonticchiati sulla mia scrivania. Brillò in tutta la sua infamia e vergogna l’errore giudiziario.
Una concomitanza terribile di fattori sfortunati, di cialtroneria, di approssimazione, di leggi sbagliate o mal applicate.

Tortora riuscì, e dovremmo ancora ringraziarlo per questo, a trasformare il suo processo in un evento politico, modificandone l’essenza prima ancora che gli esiti. La sua odissea giudiziaria divenne per tanti, me compreso, la bandiera da sventolare nella battaglia per una giustizia libera dalle pressioni di casta. L’archetipo dell’ingiustizia, un caso Sacco e Vanzetti tutto italiano, un affaire Dreyfus in salsa tricolore. Furono anni di speranza. Un lustro, più o meno, nel quale sembrava che una giustizia «giusta», come si diceva allora, fosse non solo possibile, ma addirittura a portata di mano.

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Il Caso Enzo Tortora, a 30 anni dalla morte del giornalista il libro che è un legal thriller di sconvolgente attualità

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