“Un giorno eravamo in cucina, guardavamo in tv un programma sui migranti lgbt. I miei compagni africani hanno cominciato a dire: ‘L’Italia è un Paese di merda, accetta gli omosessuali’. Ancora una volta non mi sono sentito libero”. Alain, 22 anni, è scappato da chi lo picchiava e lo chiamava demonio. Si è lasciato alle spalle il Camerun, dove essere omosessuale è reato, per chiedere in Italia la protezione internazionale. Ma la paura è rimasta a lungo la stessa. Perché l’omofobia l’ha seguito fin dentro all’hub di via Mattei di Bologna, dove è stato accolto insieme ai suoi connazionali. Raccontiamo la sua e altre storie in occasione della Giornata mondiale control’omo-lesbo-bi-transfobia.

“I migranti lgbt non possono contare sul sostegno delle proprie comunità di origine con cui si trovano a migrare, ma che sono spesso culturalmente connotate da quell’omofobia o transfobia da cui si è fuggiti”, racconta Vincenzo Branà, presidente del circolo Arcigay “Il Cassero” di Bologna.  Se in Germania esistono strutture protette per accogliere chi scappa da persecuzioni a causa del suo orientamento sessuale, come la palazzina “segreta” da 122 posti a Berlino, in Italia è in vigore un modello di accoglienza misto, che non distingue tra richiedenti asilo Lgbti e gli altri. Fa eccezione l’esperimento pilota avviato nel 2017 a Modena con un piccolo appartamento da 6 riservato ai richiedenti asilo Lgbt. “Molto spesso si evita di fare coming out nelle strutture in cui abita perché spesso i migranti non hanno chiara l’idea che gli operatori non siano forze di polizia”, racconta Jonathan Mastellari, operatore sociale in un centro di accoglienza e segretario di Migrabo LGBTI, l’associazione che dal 2012 a oggi ha seguito 108 persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, transgender, queer e intersessuali nel loro processo di integrazione in Italia e nella procedura di protezione internazionale. “Uno dei problemi dell’accoglienza è che non esistono esistono statistiche ufficiali sul numero dei richiedenti asilo lgbt”. Chi decide di tentare una seconda vita in Italia lo fa quasi sempre sull’esempio di qualche conoscente che lo ha fatto prima di lui, “ma è difficilissimo che varchino autonomamente la soglia dei luoghi Lgbt”, precisa Branà, “molto spesso li intercettiamo nei luoghi per i senza fissa dimora, la strada. Su questo contiamo sulla grande rete di relazioni sulla città. Qui a Bologna il Cassero non possiede strutture di accoglienza ma collaboriamo a quattro mani con le associazioni del mondo cattolico, come Padre Marella, o cooperativo, come Piazza Grande”.

Se da un lato il terzo settore, in alcune realtà, ha già iniziato a mettere in campo percorsi comuni per far fronte all’accoglienza dei migranti più vulnerabili, “che dovrebbero essere messi a sistema a livello nazionale, dall’altra parte lo Stato, con il decreto Minniti marcia nella direzione opposta”, continua Branà. “L’aver accorciato i percorsi giudiziari che permettono ai migranti di ottenere il riconoscimento dell’asilo e l’aver tolto la possibilità del faccia a faccia, costringe chi fugge da una persecuzione a dichiarare la propria omosessualità a distanza. C’è un farsi carico da parte delle istituzioni di una paura del migrante che è tutta sbagliata e che va contro le dinamiche di accoglienza che invece il terzo settore è in grado di affrontare”.

“Uno dei limiti dell’accoglienza attuale è che le Commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato sono spesso ‘tuttologhe’, non sempre hanno un’idea precisa di quale siano le esigenze dei migranti migranti lgbt – conclude Mastellari. “Non esiste nessun rischio ghetto legato all’accoglienza distinta perché sono i migranti a scegliere se accedere a una struttura protetta o continuare a vivere insieme ad altri connazionali”.