In una wasteland livida, il piccolo uomo attende al suo dovere quotidiano: la toeletta per cani. Alcuni lo superano in stazza e rabbia manifesta, altri assomigliano a bomboniere da cerimonia di provincia, altri ancora sono bastardelli che trova e raccoglie in giro. Marcello si prende cura di tutti con eguale “ammore” perché Marcello è un uomo buono.

Matteo Garrone torna a Cannes, per la quarta volta e a tre anni da Il racconto dei racconti, ma soprattutto con Dogman torna alle sue origini. Premessa doverosa: la storia di Marcello – interpretato in modalità indescrivibile a parole (perché va visto…) da Marcello Fonte – non è la ricostruzione del fatto di cronaca di trent’anni fa legato al cosiddetto “Canaro”, ma di esso esprime solo lo spunto per l’ispirazione di un racconto generato interamente nel “serbatoio mentale e passionale” di Garrone, parecchi anni fa, antecedente a Gomorra. “E meno male che non l’ho fatto a quel tempo, avrei sbagliato tutto!” esclama il cineasta romano che nel frattempo è diventato padre (“fondamentale per scrivere questo film”), ha trovato la location giusta vicino a Castelvolturno e soprattutto ha scoperto nell’attore calabrese Fonte l’unico possibile Dogman esistente nel suo immaginario. Sull’opera, che si configura come un gioiello assoluto in una filmografia già preziosa, ogni parola rivelatrice può suonare fuori posto ancor più che in altri film: non si tratta infatti del semplice spoiler a rovinare il piacere della scoperta (peraltro il film esce oggi in 370 sale italiane per 01 Distribution) bensì della consapevolezza che la traduzione verbale di tanta e tale potenza audiovisiva sia ontologicamente inadeguata, specie per chi il film ancora non l’ha visto.

Poco conta, infatti, “rivelare” la mutazione del serafico canaro in un uomo alla ricerca della propria dignità attraverso la vendetta  (“tanti troppi film abbiamo visto sul tema, da Cane di paglia a Un borghese piccolo piccolo” incalza il regista), ciò che pesa specificatamente nel suo nono lungometraggio è il suo inconfondibile modus “pittorandi” nel contesto di un universo costruito sui contrasti. In Dogman, film fisico e psichico più che psicologico, tutto è funzionale all’entrata nelle viscere di Marcello, ai suoi pensieri da uomo dolce e onesto, il suo rapporto tenero con la figlia, il suo tentativo incessante di creare legami di complicità con la comunità locale compromettendo di tanto in tanto la sua coscienza e, in tal senso, rivelando le sue intime contraddizioni.

I colori scelti da Matteo per illuminare il canaro sono più significativi delle parole stesse che gli mette in bocca: caldi e candidi a contrasto con il verde e azzurrognolo acidi e cupi della deriva ambientale in cui la sua bottega (e la sua stanza) trovano il proprio angolo di mondo. Suo malgrado, il piccolo uomo ha un antagonista, l’ex pugile Simoncino (Edoardo Pesce, recita deforme su un corpo volutamente mutato, bravissimo) e con lui il rapporto porta i segni della dipendenza psicologica. Un gigante e un omino, attorno a loro una società che li definisce. Qualcosa di ben noto allo sguardo di Garrone, capace di formulare pezzi di umanità spesso destinati a una solitudine che trafigge. Vedi i personaggi di Reality, Primo amore, L’imbalsamatore per fare alcuni esempi. Tutte identità diversamente scolpite dalla scalpello di un “altrui” che li fagocita, loro malgrado. E tutti miserabili, residuali persino a se stessi. E in un certo senso sembra di rientrare nell’antro di Peppino Profeta per atmosfere e tensioni pronte ad esplodere, ma nel caso di Marcello la geografia mentale non rileva alcuna devianza, semmai un immenso, disperato e assoluto bisogno d’amore e amicizia.

Potrebbe aspirare a un altro bel premio a Cannes il potentissimo (ma non così violento come certe indiscrezioni fanno pensare) Dogman by Matteo Garrone, cromatica acrobazia esistenziale di un regista dal talento certificato tornato alla sua migliore espressione.