Gli Stati Uniti sono stati fabbricati sul sangue di genocidi e schiavitù. La democrazia contemporanea? Stronzate”. “E Trump quel motherfucker… indagato e contemporaneamente votato, ma cosa cazzo hanno in testa alcuni americani?!”. Bentornato Spike Lee. Perché nell’emergenza mondiale delle destre estremiste “che non è solo un fatto americano, gente, svegliatevi svegliamoci tutti!” il regista doveva fare qualcosa, doveva tornare a far sentire la sua voce. E allora ecco la risposta potente e provocatoria nel suo nuovo “joint” dal geniale e ambivalente titolo Blackkklansman: un cop-hardboiled-movie sullo sfruttamento ambientato a Colorado Springs negli anni ‘70 con un poliziotto nero (Ron Stallworth, realmente esistito e autore del libro a cui il film si ispira) che per combattere dall’interno il crescente Ku Klux Klan decide di infiltrarsi… ma con una strategia arguta quanto folle per ovviare alla sua pelle naturalmente black. A interpretarlo è John David Washington (già Malcolm x per Spike nel 1992) mentre il suo “alterego” bianco ma anche ebreo è Adam Driver.

È un’opera esplosiva, debordante di idee e di segni iconici e simbolici quella che Lee ha portato in concorso a Cannes 2018, (con)tributo che punta diritto alla “causa di vita” antirazzista, ma aperta a sostenere tutti i gruppi di umanità perseguitati. Perché per il  “Ku Klux Klan non è solo una questione bianca & nera, gli ebrei ad esempio sono i secondi della lista”. Ma non solo, ricevendo il permesso di inserire nelle preziose immagini dell’omicidio della ragazza bianca durante i riots di Philadelphia del 2017 Spike ha ritenuto che che quella “scena di omicidio, perché cazzo si tratta di omicidio” fosse il punto di partenza e arrivo del film.

Sono quei riots, infatti, a collegare al presente i fatti “non specifici ma ispirati ai tanti” degli anni ‘70 perché Blackkksman (standing ovation di 10 minuti in sala) è a tutti gli effetti un film sul presente, su Trump, citato persino dalle parole del “fake” David Duke “America first”.  “Io non ho la palla di cristallo su cosa ancora potrà accadere – incalza il 61enne regista di Atlanta – ma vi assicuro che il mio joint (il suo cinema, i suoi film ndr) è un flusso in costante allarme. Credo nella speranza e vorrei vedeste questo film come di speranza. Ma nessuno è sordo o cieco, io sono consapevole di cosa stia accadendo, il problema è globale, e succede dove abito. Bisogna smuovere le persone dalle loro certezze. Come sempre non darò soluzioni ma solo domande, questioni, provocazioni a discussioni. Non possiamo farcele scivolare addosso, tutti conosciamo intimamente la differenza fra il giusto e l’errore”.

E sul finale di una conferenza stampa che assomiglia a un comizio (d’altra parte siamo al cospetto di un attivista vero) Spike cerca il silenzio, si avvicina ancora al microfono, ci guarda tutti negli occhi e con la massima calma proferisce: “Do me a favour, please (fatemi un favore): non pensate che quanto avete visto riguarda solo noi americani, anche voi europei ne avete parecchia di merda da gestire qui. Pensate a come alcuni dei vostri leader trattano i migranti… pensateci su e agite di conseguenza”. Standing ovation.