La recente storia della coppia francese che voleva dare al proprio bambino il nome Jihad ha scatenato nuove polemiche spesso legate al vero significato di questo termine e sul suo utilizzo.

Per il giudice del tribunale di Tolosa il nome potrebbe avere delle conseguenze negative sulla vita del bambino e per questo motivo ha chiesto la sostituzione con il nome di Jahid. Secondo la legge francese i genitori possono scegliere per i loro figli il nome che preferiscono con la condizione però che “non arrechi danno al bambino”. Un caso simile era accaduto a Nizza dopo la nascita di un bambino con il nome di Nizar Mohamed Merah identico a quello dell’autore del massacro di Tolosa e Montauban nel 2012, il cui fratello venne processato a Parigi per complicità nell’omicidio. Mohamed Merah uccise sette persone tra cui tre bambini ebrei.

Eppure in precedenza questi problemi non c’erano. Secondo l’Insee (Institut national de la statistique et des études économiques) tra il 1976 e il 2015 sono stati registrati quasi 700 Jihad e circa 340 Jihade e Jihed. Ragazze e ragazzi nati in Francia senza che la loro registrazione nel registro civile abbia posto alcun problema particolare. Cosa può essere successo? Nel caso del nome Jihad – come ricorda Abderrahmane Oumachar, co-fondatore del Centro di Tolosa per la spiritualità musulmana  la vera definizione è fondamentalmente diversa da ciò che agita le menti di alcuni estremisti: “È una virtù di fede, uno sforzo spirituale e di autocontrollo verso l’eccellenza morale e spirituale”.

La parola jihad deriva dalla radice jahada che significa “sforzare, lottare, fare uno sforzo”. I musulmani spesso si rifanno a due significati di jihād. Si parla di jihād minore (esteriore) inteso come uno sforzo militare come autodifesa e jihād maggiore (interiore) inteso come sforzo per autoemendarsi. Il significato più letterale di jihād è dunque semplicemente “sforzo”. Negli anni 70, quando i genitori davano questo nome al loro bambino, la gente conosceva il vero significato ma oggi tutto ciò è deviato. Un caso simile è avvenuto anche in Italia nel maceratese quando Ahmed, un operaio marocchino arrivato nelle Marche alla fine degli anni Ottanta per studiare, voleva mettere nome alla figlia Jihad. Per evitare che la piccola potesse avere problemi in futuro decisero di cambiarle nome in Giada.

Il jihad oggi è entrato a far parte della terminologia quotidiana ma la maggior parte delle persone traduce questo sostantivo come “guerra santa”, in particolare quella condotta dai musulmani contro i “non credenti”. Un errore marchiano in quella che è diventata una guerra di parole per ripristinare il vero significato. Dopo gli attentati di Parigi il Consiglio superiore degli Ulema emise una Fatwa per chiarire ciò che realmente è jihād nell’Islam in cui si parla di jihād contro sé stessi, attraverso l’educazione, la purificazione dell’anima e la sua preparazione ad assumersi le responsabilità. Jihād attraverso il pensiero per plasmare così la mente in modo da servire gli interessi dell’umanità. Jihād attraverso la scrittura, attraverso la pubblicazione di lavoro utile, la preparazione di articoli illuminanti e contrastare le false accuse contro l’Islam e contro i musulmani. Jihād attraverso il denaro, attraverso l’impegno rivolto alla distribuzione della ricchezza, con generosità e per il bene della comunità econtribuendo alla sviluppo socio-economico.

Infine Jihad con le armi al solo scopo difensivo. Per il combattimento non si parla di jihād, bensì di qitāl (appunto combattimento) e harb (guerra), che di per sé non ha nulla a che vedere con la religione, ma si colloca nel contesto storico e politico della penisola arabica ai tempi di Maometto fissandone delle regole.