Due proposte per il Partito Democratico. Una da Milano, l’altra da Roma. “Questo non è un trampolino di lancio. Quando qualcuno si candiderà, state tranquilli che se ne accorgeranno tutti”. Risuonano le note di Born To Run di Bruce Springsteen al termine dell’accorato comizio di Nicola Zingaretti all’Ex Dogana, dove il presidente della Regione Lazio ha lanciato la sua “Alleanza del Fare“, un appello all’inclusione come antidoto al momento di difficoltà che il partito sta attraversando. Come accade nel capoluogo lombardo, dove il sindaco Beppe Sala ha lanciato “una proposta per il Pd, diversa da quella che ci ha portato al 18%”. “Nessuno vuole candidarsi a nulla – specifica il primo cittadino – non al potere delle segreterie ma a quello delle idee“.

L’APPELLO ALL’INCLUSIONE – L’incontro-manifesto della “Alleanza del Fare” messa in campo dal governatore del Lazio, non è stato rivelatore delle sue prossime mosse, se non della ribadita necessità di “unire”, “convergere” e “sintetizzare”, ecumenismo a sinistra che giunge come monito ai big del Pd intenti a farsi la guerra fra loro a colpi di contrapposizioni. E a Matteo Renzi in particolare – sebbene non venga mai nominato – che in una sola serata ha contribuito a distruggere i tentativi di sintesi avanzati dal reggente Maurizio Martina.

“Mi sono rotto – dice testualmente Zingaretti – delle due idee diverse che diventano contrapposizione: fra le due idee deve vincere la terza, quella buona”. Il presidente laziale porta come esempio l’anatra zoppa in consiglio regionale e un po’ si riallaccia all’intervista del suo amico Walter Veltroni a Otto e Mezzo: “La situazione alla Pisana resta difficile – spiega facendo riferimento al fragile sostegno di M5S e parte di Forza Italia – ma grazie ai consiglieri che in queste settimane hanno fatto politica siamo ancora in partita”.

La prima citazione del discorso, non a caso, è ai componenti della coalizione che lo ha portato a rivincere il Lazio, unico caso di successo del centrosinistra in Italia in questo disastroso 2018. Pd, Leu, Radicali, la lista civica degli ex Sel e quella dei cattolici di Sant’Egidio, una coalizione larga che Zingaretti chiede che venga riproposta a livello nazionale ma che, per la sua stessa esistenza, sembra non poter contemplare Renzi.

MANO TESA AI SINDACATI – Insomma, il governatore laziale sfodera un linguaggio più da futuro segretario che da possibile candidato leader, più ai suoi che agli altri, insomma. Zingaretti parla di “fare”, di “radicare il cambiamento” e a un certo punto sembra richiamare anche il primo Veltroni, affermando che sì, “si può fare”, si possono “vincere le prossime elezioni amministrative di giugno con proposte nuove”, consultazioni “di cui non è possibile che non freghi niente a nessuno” e dove il centrosinistra, di questo passo, “rischia di ritrovarsi nudo”.

Va detto che, a parte i richiami all’unità e al buon governo, qualche sprazzo di Zingaretti-pensiero lo si apprezza. La citazione più forte è quella di Henry Ford e del suo “capitalismo sostenibile” che, sebbene poco felice dal punto di vista storico – Ford fu un grande ammiratore e sostenitore di Adolf Hitler – richiama alla necessità di “lavorare per l’innovazione” ma “che non serva solo ad accumulare ricchezza”.

Su questo punto, ecco l’unica vera proposta di governo della giornata: un “salario minimo garantito” per i lavoratori precari come quelli, ad esempio, della vertenza Foodora. E proprio al mondo del lavoro Zingaretti tende la mano, laddove “c’e’ la necessità di cancellare il precariato, come faremo a breve nella sanità del Lazio”. “Er saponetta” si è trasformato improvvisamente nel Corbyn italiano? Non esageriamo. Nel giorno dei 200 anni dalla nascita di Karl Marx, ecco che Zingaretti prende le distanze da “stupide nostalgiche letture di società che non esistono più” mentre la ricetta è “ricercare l’ingiustizia nella società parcellizzata”. Una “società responsabile” e non una “società civile”, dove “potere e cittadini dialogano e non si contrappongono”, al contrario di quanto sosterrebbe “la furba retorica del M5S”.

IL PARTERRE: RENZIANO, MA NON TROPPO – Interessante raccontare le parole di Zingaretti, ma anche il suo auditorio. Presenti in prima fila le varie anime del centrosinistra e del Pd, gli ex Sel di Massimiliano Smeriglio, i leunini, i candidati ai municipi romani Giovanni Caudo e Amedeo Ciaccheri, i gentiloniani, i Dem di minoranza Umberto Marroni (corrente Emiliano) e Marco Miccoli, alcuni area Dem di Dario Franceschini come Antongiulio Pelonzi e il presidente del Consiglio regionale, Daniele Leodori, come il braccio destro di Matteo Orfini, Claudio Mancini. Assente, un po’ a sorpresa, Michela Di Biase, consigliera regionale e riferimento della corrente franceschiniana a Roma, così come Luciano Nobili, deus ex-machina dell’area renziana a Roma. Regolarmente presente il segretario del Pd Roma, Andrea Casu.

SALA: “POTERE ALLE IDEE, NON ALLE SEGRETERIE” – Da Milano “può partire una proposta per il Pd, diversa da quella che ci ha portato al 18%”. Così il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, intervenendo a ‘Ricominciamo dalle persone, da Milano, da un nuovo Pd‘. “Noi siamo un po’ diversi, abbiamo imparato un po’ di più e possiamo anche dare un po’ di più – ha aggiunto – Nessuno vuole candidarsi a nulla: non al potere delle segreterie ma a quello delle idee. Dobbiamo toglierci la modestia e chiederci se davvero Milano vuole dare di più, la linea, l’indirizzo”.

“Tutti dicono che non c’è un’alternativa a Renzi, allora l’alternativa può essere quella di gruppo, di persone che vogliono far parte di una fase costituente senza chiedere nulla, nessuna candidatura – ha precisato Sala – non ho nemmeno in mente chi, ma o c’è una persona o c’è un gruppo”. Il sindaco ha spiegato che potrebbero essere personalità del Pd o comunque della galassia della sinistra, sindaci e anche presidenti di Regione. In questa fase “non preoccupiamoci del capo, di averne uno e di avere un candidato – ha spiegato – perché adesso è un errore. Io sono contro i totem di mio, ma piace agli scout come sapete”.

“Nessuno può ignorare la forza di Renzi nel Pd. Nessuno però può ignorare che c’è Renzi da una parte e quasi tutti dall’altra – ha concluso – sembro polemico ma questa è una cosa vera e lui obiettivamente non si è fatto da parte, anche se le dimissioni le ha date, ha continuato a dare le carte”.