di Walter Paternesi Meloni e Antonella Stirati*

Negli ultimi anni il rapporto tra debito pubblico e Pil è aumentato, non diminuito e questo – insieme a una informazione economica spesso tendenziosa o di cattiva qualità – potrebbe indurre molti a credere che le politiche di austerità in Italia non siano state fatte, o quantomeno che non siano state fatte a sufficienza [si vedano, rispettivamente, le dichiarazioni degli ex commissari alla spending review Roberto Perotti – nel maggio 2017, in occasione della presentazione a Milano del suo libro Status quo: perché in Italia è così difficile cambiare le cose (e come cominciare a farlo) – e Carlo Cottarelli – nell’intervista del 7 aprile 2018 a Il sole 24 ore].

Al contrario, in questa breve nota proveremo a mostrare per mezzo di alcuni dati di contabilità nazionale che i tagli alla spesa e l’aumento della pressione fiscale ci sono stati e che proprio per questo il rapporto debito/Pil è aumentato.

Il fondamento economico per cui le politiche di austerità fiscale possono in molti casi peggiorare ciò che dicono di voler migliorare (ossia il rapporto debito/Pil) risiede nel fatto che per via del moltiplicatore fiscale la riduzione di debito pubblico – attuata ad esempio grazie a un avanzo di bilancio – può causare una riduzione del denominatore del rapporto (il reddito) di proporzione maggiore della riduzione del numeratore (il debito pubblico). In altre parole, un consolidamento fiscale – inteso come taglio della spesa o aumento delle tasse – può far crescere il rapporto debito/Pil invece di ridurlo.

Per queste ragioni il principio del bilancio in pareggio – introdotto in Costituzione nel 2012 e in linea con le linee di politica economica dettate dal Fiscal Compact – non è virtuoso ogni qual volta l’economia si trovi in una fase ciclica negativa o comunque vi siano nel Paese lavoro e capacità produttiva (gli impianti delle imprese) inutilizzati o sotto-utilizzati. In tali circostanze, infatti, perseguire il bilancio in pareggio tagliando la spesa equivarrebbe – per parafrasare metafore poco appropriate ma molto usate nella recente campagna elettorale – a un padre di famiglia indebitato che rinunciasse ad andare a lavorare per risparmiare sul costo del trasporto verso il posto di lavoro.

Quando il Pil diminuisce – come accaduto in Italia e in altri Paesi dopo il 2008 a causa di una crisi ‘importata’ e causata da eventi esterni al nostro sistema economico – il disavanzo pubblico cresce fisiologicamente come conseguenza della diminuzione del Pil e quindi della diminuzione di tutte quelle entrate fiscali che sono proporzionali al reddito (come Iva, Irpef e Irap). Inoltre, altrettanto fisiologicamente aumentano le spese per i cosiddetti “ammortizzatori social”, in particolare i sussidi di disoccupazione e la cassa integrazione. Tale aumento del disavanzo ha però una funzione di stabilizzazione del reddito, tende cioè a ridurre gli effetti negativi della crisi. Se in tali circostanze si cerca di ridurre il disavanzo tagliando la spesa o aumentando le tasse (soprattutto sui redditi più bassi), ciò riduce ulteriormente la domanda aggregata e quindi la produzione, generando ulteriori effetti negativi sulle entrate fiscali e aumento delle spese per ammortizzatori sociali con effetti perversi sul rapporto debito/Pil, come ormai confermato anche da molta letteratura economica internazionale.

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*Università di Roma Tre