di Francesco Desogus

Il 4 marzo era prevedibile per tutti che nessuno avrebbe ottenuto i numeri sufficienti per governare.  Non dimentichiamo che Luigi Di Maio era consapevole del risultato e nella fase finale della campagna elettorale annunciava che la sera stessa del voto avrebbe proposto alle altre forze politiche una decina di programmatici dove convergere per incominciare a risolvere i problemi del Paese.
Abbiamo visto come è andata. Da una parte il Pd, “Il nostro ruolo è l’opposizione”, dall’altra Matteo Salvini fermo sul primato del centrodestra e timidi sgambetti a B. In mezzo, Sergio Mattarella più lo stesso Di Maio, seppur con ruoli ed obiettivi diversi, che le provano tutte pur di dare luce ad un esecutivo. La terza via è il paventato inciucio centrodestra-Pd rifiutato da entrambi.
Ad ogni modo, qualsiasi “contratto” tra i pentastellati e chicchessia comporterà rimodulazioni del programma M5S, più altre cessioni non meglio chiarite. Ciò, a mio avviso, potrà essere deleterio per  il M5S anche perché l’altro “contraente” terrà in scacco il governo presieduto dal giovane premier, condizionandone spesso il risultato a suo favore. Ad esempio il reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5S. Anche con le ipotesi meno impegnative per i conti dello Stato, sarà necessario ricorrere al debito pubblico, scelta che richiederà una maggioranza coesa e determinata di fronte alla Ur.

Sui temi non condivisi dall’altro “contraente”, pur di farli passare, Di Maio dovrebbe essere costretto al ricorso del voto di fiducia, regola aurea delle maggioranze minestrone ma lontana dalla visione di un parlamento sovrano e partecipato caro al M5S. Perciò la scelta migliore per il M5S sarà quella di stare all’opposizione, sempre che Mattarella ottenga un governo (comunque etichettato come tecnico o di scopo, etc.) – col sostegno dei partiti, al momento un’eventualità impraticabile. Ma è ancor più improbabile che si ritorni al voto, perché con oltre diecimila euro netti mensili più il resto, non tutti gli onorevoli vorranno rituffarsi anzitempo nella fornace elettorale. 

Qualcuno penserà che il M5S, stando all’opposizione, potrà solo perdere consenso ed efficacia. Non è proprio così. Ha fatto pratica nella precedente legislatura e solo alla Camera, ora c’è un esercito di oltre 200 deputati che condizionerà pesantemente gli esiti in aula. Volendo esagerare, in caso di azioni di protesta eclatanti, non basteranno i commessi a riportare l’ordine. La guida di Montecitorio è in mano al M5S. Significa che difficilmente vedremo applicare, per esempio, la regola della “ghigliottina”, come fece la Boldrini per far passare il decreto Imu-Bankitalia.
Si potrà obiettare che ritornare al voto significherebbe replicare e non risolvere l’impasse attuale. Forse. Intanto è ancora in piedi Paolo Gentiloni, quindi un governo c’è per gli atti ordinari, indifferibili ed urgenti. Nonostante l’incertezza politica, il Fondo monetario internazionale, ci da pure in crescita.
A parte i ricorsi sulla legittimità costituzionale della legge elettorale, è improbabile che sarà riformata in questa legislatura mancando i presupposti politici.
C’è, però, un aspetto da tener presente. E’ logico pensare che le percentuali che otterranno i vari partiti, presi singolarmente, saranno più o meno le stesse. Tuttavia, la Lega potrà correre da sola, senza più obblighi verso B. e proporsi liberamente per sostenere un governo a guida M5S. Discorso diverso per il Pd chiaramente spaccato in due e che necessita di un passaggio congressuale.
Il Pci, salvo il “compromesso storico”, era sempre stato all’opposizione mantenendo un consenso ragguardevole. Ha sostenuto tante battaglie vittoriose che hanno cambiato la vita del Paese. Dove ha amministrato,  ha sviluppando modelli gestionali e buone pratiche,  ancora oggi riferimento per tutti. L’opposizione non è un male. Se ben attuata è un investimento per il futuro.
E poi questo termine non compare neppure nella Costituzione: tutti gli eletti sono chiamati ad amministrare la Nazione.

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