di Marco Morosini*

Forse senza volerlo Michele Serra ha suscitato un ampio e confuso dibattito sulla stampa. Ho riletto più volte la sua Amaca del 20 aprile.

Lo spunto di attualità di Serra era un episodio di cosiddetto bullismo, ossia di violenza verbale, gestuale e mediatica (video della violenza pubblicato in internet) di alcuni adolescenti verso un professore. Ciò avveniva in una scuola tecnica. Questo è il punto sollevato da Serra. Secondo lui tali episodi avvengono di più nelle scuole frequentate da ceti meno abbienti che non nelle scuole frequentate da ceti abbienti. Abbienti di cultura e di educazione.

Purtroppo, grande parte dei commenti e giudizi sono stati su Michele Serra, sulla sinistra, sul Pd, e altre divagazioni, ottenendo così offuscare l’unico messaggio dell’articolo: la denuncia di una (un’altra!) differenza di classe. Il risultato, forse involontario, è stato di addensare ancora di più il denso fumo epocale che da un ventennio impedisce alla società di vedere, guardare, tematizzare, condannare e cambiare, appunto, le differenze di classe.

Per capire il messaggio di Serra posso proporre di usare una bilancia pesa persone – invece che una inesistente bilancia pesa-bullismo? Studi rigorosi rilevano che negli Usa il peso medio pro capite dei poveri è superiore a quello dei ricchi: l’obesità ai poveri, la dieta fitness ai ricchi. Il cibo-spazzatura prodotto dalle fabbriche dei ricchi, deve pure essere smaltito dai poveri. Sennò i ricchi non potrebbero esserlo e pagarsi la fitness per pesare meno e vivere più a lungo dei poveri. Negli Usa c’è una forte correlazione tra povertà, obesità, le relative malattie, e la minor longevità. Vedi lo studio “Poverty ad obesity in the U.S.”.

Non è vero, quindi, che l’obesità in Usa sia una malattia “della gente” o “della nostra epoca”. Essa non è trasversale alle classi. Credo che anche la “obesità mentale”, per esempio indotta della durata, la qualità, la nocività dell’uso della televisione e di internet non siano trasversali alle classi. E di conseguenza, che non lo siano nemmeno l’influenza che questi hanno sulla educazione e sul comportamento delle persone.
Se ci fossero misurazioni (forse ci sono) della durata e della qualità degli accessi a internet dei figli dei ricchi e dei poveri (di soldi e di cultura) presumo che il numero di ore quotidiane e la buona o cattiva qualità degli accessi on-line non siano distribuiti egualmente tra figli di ricchi e figli di poveri. Anche l’esperienza quotidiana mi suggerisce la stessa conclusione. Niente di nuovo. Da studi passati è nota la correlazione tra povertà, durata e conseguenze della esposizione di bambini e adolescenti alla Tv, specialmente a quella più nociva.

Se è vero che tutti mangiamo e tutti (o quasi) accediamo alla Tv o a internet, non lo facciamo tutti nello stesso modo, nella stessa quantità, con la stessa capacità critica, con lo stesso potenziale di intossicazione. Le differenze non sono casuali tra individui, ma riflettono in buona parte (nella media) le differenze di ricchezza materiale e culturale.

Anche per l’internet-spazzatura credo che valga la stessa distribuzione sociale: la “obesità” culturale ai poveri, la “fitness” culturale ai ricchi. Se ci fosse un censimento degli adolescenti patologicamente obesi e patologicamente internet-dipendenti, pensate di trovarne la stessa percentuale nelle scuole dei figli di ricchi e in quelle dei figli di poveri?

Questa distribuzione iniqua è una delle forme della iniquità con la quale quasi tutto è socialmente distribuito in una società di classi capitalista non riformata da forti correttivi ecologici e sociali (economia eco-sociale di mercato). Classista è questa società. Non chi mette in luce il classismo di questa società.

* Docente di scienze politiche ambientali al Politecnico federale di Zurigo e giornalista indipendente.