Due giorni fa Matteo Salvini si fa scattare una foto a Santa Croce di Magliano (Molise) con tre donne rom. Due mesi fa l’intenzione (testuale) era di “asfaltarle”, e la ruspa è stata l’immagine più performante per far capire di che pasta fosse fatta la Lega.

Parimenti Luigi Di Maio, impegnato nella promozione del “governo di cambiamento”, ammonisce Salvini a non tirare troppo la corda, “altrimenti chiudo un forno”. Nel neo linguaggio democristiano a cinquestelle il forno, che un tempo era la deprecabile attività camaleontica dei partiti (ci si allea con quello o con il suo opposto) diviene insperata virtù e fianco plusvalore.

Colpisce di questi due movimenti anti sistema la leggerezza del cambio di scena, la sicurezza con cui tolgono la tuta da lavoro e indossano il frac di gala, la disinvoltura del sorriso acquiescente.

Di Maio&Salvini, i nuovi ricicloni.

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