Tira davvero una brutta aria per i cronisti e per il diritto di cronaca. Querele bavaglio, liste di cronisti sgraditi, perquisizioni nelle redazioni, condanne al carcere. L’ultima è arrivata a Davide Falcioni, giornalista della coraggiosa testata Fanpage, condannato a quattro mesi di reclusione dal tribunale di Torino per aver documentato l’occupazione di un edificio in Valsusa da parte di un gruppo di attivisti del movimento No Tav. 

Falcioni, che allora lavorava per AgoràVox, è stato ritenuto responsabile dell’occupazione e, dunque, è stato condannato perché non gli è stato riconosciuto il diritto a informare seguendo “In diretta” lo svolgimento di un evento. Durante il processo gli è stata contestata la presenza sui luoghi dell’occupazione ed è stata persino teorizzato l’obbligo per il cronista di documentarsi attraverso le conferenza stampa, oppure chiedendo alla polizia e comunque restando fuori dal luogo dell’eventuale illecito.

Chi avesse seguito questa regola non avrebbe scritto una sola riga credibile sulla “macelleria messicana” alla Diaz, non sarebbe mai riuscito a “illuminare” le tragedie di Federico Aldrovandi o Stefano Cucchi e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Per altro le sentenze della Corte europea impongono come unico limite all’attività di indagine del cronista la “rilevanza sociale” e il “pubblico interesse”, requisiti che giustificano le scelte professionali di Davide Falcioni.

Quei quattro mesi rischiano di essere un brutto e pericoloso precedente che, prima o poi, potrebbe riguardare anche chi non ha solidarizzato con Davide perché “Non mi piacciono i No Tav”. La libertà di informazione va difesa sempre e comunque, a prescindere dalle nostre simpatie per questo o quel giornalista e per le sue inchieste. Vale per Falcioni, vale per Gianluigi Nizza, vale per Jacopo Iacoboni. Diffidare sempre di chi solidarizza con gli “amici” e manganella i “nemici”.