E’ principalmente una questione di orgoglio, non solo suo, ma proprio nazionale. Appena Trump è stato eletto tutti a scommettere che sarebbe durato solo qualche mese e/o che non avrebbe mantenuto nemmeno una promessa. Invece ci prova, ma è un bene? Lui non concede interviste a nessuno, perché non si fida dei giornalisti, ha però a sua disposizione, per raccontare le cose nel suo stile tipico, nientemeno che il sito della Casa Bianca.

Cominciamo per esempio con quanto viene detto sulla ‘Muraglia Statunitense’ in costruzione sul confine col Messico. Il titolo di questo argomento è Immigration loophole that put everyone at risk (Il buco nel sistema immigrazione mette tutti a rischio). L’avvertimento non è rivolto alla gente di frontiera, che per quanto ne so non si è mai lamentata dei nuovi arrivi (che anzi vengono subito impiegati nei lavori più pesanti e meno pagati) ma ai politici del Congresso che non “vedono” il rischio che questo lassismo legislativo può procurare. Quello che viene citato per primo è il loophole relativo all’Uac’s (Unaccompanied Alien Children) cioè i bambini introdotti furtivamente e non accompagnati (dai genitori) in territorio statunitense.

Nello scritto viene spiegato a chiare lettere che il presidente si preoccupa per le organizzazioni criminali che abusano in ogni modo di questi poveretti totalmente indifesi (nella pagina del 5 aprile vengono citati alcuni di questi casi) che comunque, anche quando scampano questo pericolo, finiscono poi in gran numero per unirsi alle bande di criminali, di sovversivi e financo di potenziali terroristi che purtroppo non sono rari nemmeno nella più moderna democrazia del mondo.

Il muro perciò è necessario per difendersi da questa pericolosissima “contaminazione” e il Congresso se ne dovrebbe far carico provvedendo alla spesa e alla legislazione necessaria per completare questa grande opera giunta finora solo a metà circa della sua realizzazione. Tuttavia, visto che non lo fa, ora ci penserà lui a mandare l’esercito a pattugliare i confini.

Comunque, sempre in tema di immigrazione, arriva il Censimento di tutta la popolazione previsto nel 2020, e darà a Trump l’opportunità di inserire un questionario con alcune domande utili a contare il  numero e la provenienza di tutti gli irregolari presenti negli Usa. Un provvedimento che, anche rispettando l’anonimato tipico di ogni censimento, potrebbe risultare incostituzionale e che comunque è totalmente sgradito persino a molti governatori di Stati a guida repubblicana perché il numero della popolazione residente, anche se irregolare, contribuisce a definire un sacco di cose, tra cui il  numero dei “grandi elettori” (quello che ha consentito a Trump di vincere la Casa Bianca anche se aveva meno voti della Clinton) che varia in funzione della popolazione. Ma anche i contributi che lo Stato Centrale versa a ogni Stato varia in funzione della popolazione. Succede perciò che persino uno Stato sicuramente “rosso” (repubblicano) come il Texas sia contrario perché indurrebbe moltissimi “irregolari” a non rispondere alla conta, modificando così tutto ciò che ne deriva.

C’è poi il problema della copertura delle grandi spese che l’amministrazione Trump vuole fare. Tra queste c’è già la riforma fiscale con la Flat Tax, la tassa ‘piatta’ uguale per tutti. Che allargherà ancor più la forbice della assoluta disuguaglianza nella distribuzione del reddito prodotto. Tutti quelli con un minimo di competenza in materia fiscale e finanziaria sanno che a guadagnarci di più saranno i più ricchi (che non ne hanno bisogno), mentre a volerla di più sono i ceti medi e medio-bassi perché, anche se piccolo, quel risparmio verrà utilizzato per alleggerire gli impegni già contratti a debito.

E proprio il debito, non solo quello privato ma anche quello pubblico ormai giunto a 21 trilioni di dollari, sta diventando un grosso problema per gli Usa, ma Trump non se ne cura (infatti non sarà lui a doverlo pagare ma le prossime generazioni). E di debito lui ne sta facendo tantissimo anche senza stretta necessita.

Le ingentissime spese per le infrastrutture possono avere (anche se non sempre) buone giustificazioni, ma la riforma fiscale non ne ha minimamente, è solo un regalo a quelli come lui: gli straricchi. Non ha nemmeno la giustificazione di far debito per rilanciare l’occupazione visto che negli Usa la disoccupazione media è già scesa sotto al 4%, quindi genera sostanzialmente una spinta inflazionistica per la correlata crescita delle paghe che a sua volta generano incremento sui prezzi.

La contemporanea sostituzione della Yellen con Powell, capo della Federal Reserve (avvenuto a febbraio) e delle continue liberalizzazioni sui controlli della Borsa e delle banche potrebbero, tutto insieme, giocare un brutto scherzo a Trump, già impegnato in una partita pericolosissima anche nel campo delle tariffe sull’import. Questo crea inevitabilmente reazione negli altri paesi, costretti a rispondere cambiando i partner commerciali e attuando a loro volta imposizione sui dazi.

Benché nel breve termine le mosse di Trump producano internamente effetti positivi (specialmente sulla sua incontenibile boria) tutti i maggiori economisti del mondo avvertono sulla pericolosità, interna ed esterna, di una politica economico-finanziaria così estrema.

Al tempo della precedente grande crisi (quella del 2008) alla guida economica e finanziaria del paese c’era un grande economista come Bernanke (che anche Obama ha voluto mantenere, benché nominato da Bush) Trump invece  continua a far strage persino dei suoi ministri migliori. Dovesse arrivare ora una crisi lui si troverà persino sguarnito di buoni consiglieri, e potrebbe essere davvero un disastro, non solo per l’America.