Come volevasi dimostrare. Incartato nelle sue categorie pre-politiche tendenti al puerile, per prima l’antitesi nuovo/vecchio, il povero Luigi Di Maio fa la figura del bambino piagnucoloso: “O mi fate giocare da premier o lo dico a mamma Mattarella!” Cui danno corda i “compagnucci a disco rotto” Danilo Toninelli e Davide Casaleggio, ripetendo all’infinito la tesi (da bocciatura in matematica) che il loro leader avrebbe ricevuto l’investitura dal voto degli italiani. Puro gioco delle tre carte, in cui trentadue su cento si vuole far corrispondere alla maggioranza assoluta.

Sicché stiamo assistendo a un’infantilizzazione della politica che non promette niente di buono. Sebbene autorevoli commentatori fossero già pronti a mettere la mano sul fuoco garantendo l’alta professionalizzazione raggiunta dal Di Maio. Come se la fregola desiderante della più alta poltrona a ogni costo, dicendo alternativamente il dritto e il suo contrario, sì all’Europa e all’euro dopo aver ostentato pollice verso nei loro confronti, inseguendo la Lega ma anche il Pd, fossero segni di una compiuta maturità. E non un brancolare nel buio.

A cominciare dal non essersi reso conto che la propria prima scelta in quanto a interlocuzione – Matteo Salvini – ha tutt’altre priorità rispetto al varo del governo: la conquista indolore della destra, che presuppone la difesa formale dell’aggregazione che il 4 marzo ha conquistato – lei sì – la maggioranza relativa. Strategia che impone uno scippo con destrezza del patrimonio elettorale di Silvio Berlusconi. Sempre guardandosi bene dal dare l’impressione di offrire a chicchessia – Cinquestelle in primis – il pegno del parrucchino dell’ex Cavaliere a mo’ di scalpo.

In questa manovra salviniana ora c’è qualche altro che intravvede il segno di una sagacia politica qualitativamente superiore; quando è solo il segno della furberia grassatrice di un infido giovanotto, che ha masticato a sufficienza pane e politica per sapere ciò che sfugge al Di Maio, oltre al resto: prima si conquista il potere, poi si passa all’incasso delle cariche di Palazzo. E  il potere lo si acquisisce prima di tutto facendo fuori gli affini e i limitrofi. Vecchia ricetta dei cannibali fratricidi democristiani che il neo-democristiano pentastellato dimostra di ignorare. Non meno di un’altra regola che pure il Movimento, tenuto lungamente a balia da Beppe Grillo, andava ripetendo a ogni pie’ sospinto: “Non si può ingannare tutti sempre”. Che altro sarebbe se non un inganno pensare di fare un governo con lo spezzone più trucidamente razzista-sovranista-lepenista di questa destra complessivamente orrida, quale la Lega salvinizzata?

Sino a ora i supporter 5Stelle si sono gratificati con l’ostentata esibizione dell’onestà dei propri eroi. In un futuro auspicabilmente non lontano potranno aprire gli occhi e capire che la conclamata onestà è un prerequisito necessario ma non sufficiente, se non abbinato alla capacità. Ma, a breve, per i presunti rabdomanti del nuovo potrebbe essere un trauma sconvolgente scoprire il vecchiume in decomposizione di cui il partner tanto inseguito è portatore infetto. Ammesso che alla fine l’accordo Salvini-Di Maio vada in porto. E chi scrive avanza profonde riserve al riguardo. D’altro canto l’attuale ‘cul di sacco’ non presenta possibili uscite di sicurezza, anche per il capriccioso e infantile “tanto peggio, tanto meglio” imposto da Matteo Renzi al Pd che continua a signoreggiare. Perché tutto marcisca in attesa di improbabili rivincite.

Insomma, saranno soddisfatti quanti auspicavano l’arrivo delle nuove generazioni al potere e ora si ritrovano ad avere a che fare con ragazzotti irresponsabili, intenti solo a giocare partite personalistiche sulla pelle del Paese.