di Luigi Manfra*

L’acqua e la guerra sono all’origine del flusso migratorio che dai Paesi del sud del Mediterraneo si dirige verso l’Europa. Infatti la mancanza d’acqua non meno della guerra rende le condizioni di vita delle popolazioni coinvolte insostenibili. Senz’acqua muore l’agricoltura, diminuisce il cibo, aumentano le malattie, ed ecco spiegato quell’esodo da sud verso nord che caratterizza questo inizio del nuovo millennio.

Nelle venti nazioni del Medio oriente e Nord Africa vivono, in 1,75 milioni di km2, circa 450 milioni di abitanti il 60% dei quali in aree dove lo stress idrico è pari al doppio della media mondiale. La regione – con soltanto il 3% delle risorse idriche globali – ha una disponibilità di acqua dolce pro capite tra le più basse del mondo, il che pone un severo limite al suo sviluppo socio-economico oltre a rappresentare una potenziale causa per i conflitti locali e le guerre che insanguinano alcune aree mediorientali.

Inoltre, la qualità dell’acqua – soprattutto nelle città e nelle aree costiere, dove spesso si concentra la popolazione – è fortemente inquinata a causa di attività antropiche oltre i limiti della sostenibilità.

In ultimo la crescita demografica, rapida e squilibrata, che (in base alle stime delle Nazioni Unite) porterà il numero di abitanti ad almeno 508 milioni entro il 2025, rende ancora più evidente le caratteristiche esplosive del fenomeno i cui effetti più gravi sono la povertà crescente, soprattutto nei centri urbani dove l’inquinamento ha effetti negativi diretti sulla salute soprattutto delle donne e dei giovanissimi.

In Siria, ad esempio, a causa del conflitto, è aumentato per i bambini il rischio di contrarre malattie dovute a servizi igienico-sanitari malfunzionanti, danni ai sistemi idrici e mancanza di norme igieniche di base. Inoltre l’esercito siriano e le fazioni in lotta hanno utilizzato spesso l’acqua come strumento di guerra interrompendo il flusso idrico degli acquedotti, distruggendo infrastrutture essenziali alla salvaguardia della salute pubblica.

In uno studio pubblicato nel 2015 sui Proceedings of the National Academy of of Sciences a cura di Brian John Hoskins si è avanzata l’ipotesi che una delle cause scatenanti del conflitto siriano risieda nella siccità che dal 2006 al 2011 si è verificata nel Paese, la peggiore da sempre, spingendo migliaia di famiglie di contadini a emigrare verso le città. Questo esodo ha aggravato le tensioni sociali preesistenti facendole sfociare in rivolta aperta nel 2011. Il conflitto è poi diventato una devastante guerra civile che si è allargata ai vari attori internazionali.

Anche in Palestina la lotta per l’acqua è da anni al centro del conflitto. Gli acquiferi e i bacini di raccolta delle piogge sono ubicati nella parte centro-settentrionale dei territori, ciononostante i palestinesi dipendono in larga parte dagli israeliani per l’acqua. In base agli accordi di pace di Oslo la distribuzione di acqua tra israeliani e palestinesi sarebbe dovuta essere divisa rispettivamente all’80% e al 20%, in attesa di uno statuto definitivo che avrebbe dovuto dare vita allo Stato palestinese. Oggi questa quota si è ridotta perché i pozzi a cui hanno accesso i palestinesi sono in via di esaurimento o sono inquinati.

A essere più colpiti dalla scarsità idrica sono le aree rurali e i campi profughi dove pochi nuovi pozzi sono stati autorizzati dalle autorità israeliane, nonostante i finanziamenti disponibili della cooperazione internazionale rimasti molto spesso inutilizzati.

In un post pubblicato il 17 giugno del 2016, scrivevo che nel 2015 era stato firmato un accordo di principio tra Egitto, Sudan e Etiopia che garantiva un uso equo e appropriato dell’acqua del Nilo, stabilendo delle quote per ciascun Paese anche se l’ammontare di queste quote era al tempo ancora oggetto di discussione.

L’accordo, a tutt’oggi, non soltanto è in alto mare ma il clima politico trai tre Paesi è notevolmente peggiorato a causa di nuovi eventi politici verificatesi nell’area negli ultimi anni. Tra questi, la costruzione dell’imponente diga sul Nilo – la più grande centrale idroelettrica dell’Africa, che produrrà a regime 6.000 megawatt annui – in territorio etiope, appoggiata dal Sudan e fortemente osteggiata dall’Egitto.

L’impianto è completo al 60% mentre la situazione si sta deteriorando dopo che l’ex primo ministro etiope Haile Desalegn – dimessosi lo scorso febbraio e recentemente sostituito da Abiy Ahmed Ali – ha respinto il suggerimento dell’Egitto di far definire alla Banca Mondiale le quote da assegnare ai tre Paesi.

Il rifiuto etiope è l’ultimo episodio di un contrasto che dura da tempo ed è anche uno dei molti conflitti regionali che continuano a diffondersi nell’Africa orientale.

L’Etiopia ha bisogno di fornire ai suoi abitanti l’energia elettrica di cui è attualmente carente. L’Egitto ha paura che il tempo necessario a riempire la diga della centrale interromperà il flusso di acqua dal Nilo per molto tempo creando danni all’agricoltura del Paese, il quale vive perennemente in una situazione di grave carenza idrica. Il rischio di un conflitto è uno degli scenari possibili.

* Responsabile scientifico del Centro studi Unimed, già docente di Politica economica presso l’Università Sapienza di Roma