Prima aveva cominciato Luigi Di Maio baciando con aria compunta l’urna del sangue di San Gennaro, poi si era messo in scia Matteo Salvini con i suoi giuramenti sulle sacre scritture, infine aveva concesso il bis il leader pentastellato con un’ostentata presenza alla messa di Pasqua nella chiesa di Pomigliano d’Arco. Ennesimo segnale di un ritorno al passato che retrodata le lancette della storia italica, al tempo della politica bigotta e – al tempo stesso – furbescamente acchiappavoti della Democrazia Cristiana, partito di governo per mezzo secolo.

Quella devozione che ribadiva il patto di potere con Santa romana chiesa e si indirizzava al lato più arcaico e clericale del Paese. Per cui, se nel 1948 si vincevano le elezioni con lo slogan (copy Giovanni Guareschi) “in cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”, ancora 26 anni dopo Amintore Fanfani ne riprendeva il terrorismo impostando la campagna contro il divorzio sul tema “volete il divorzio? Magari vostra moglie vi lascerà per scappare di casa con la serva!”. Slogan che gli assicurò la benemerenza di leader più baciapile del mondo ma gli fece perdere il referendum.

Quelli – si pensava – erano altri tempi, che la pur tardiva modernizzazione nazionale pareva aver relegato nel ripostiglio di  epoche passate. Quando Indro Montanelli provava a canzonare il giovane Giulio Andreotti, segretario del primo ministro Alcide De Gasperi, osservando che se accompagnava il proprio capo tutti i giorni a messa, lo statista si inginocchiava in chiesa per parlare con l’Altissimo, lui sgattaiolava in sagrestia per confabulare di argomenti materiali con il sagrestano. E il “divo” Giulio lo gelò con una battuta intrisa di quell’oscurantismo papista capitolino a lui tanto congeniale: “Sì, ma almeno lui mi risponde”. Appunto, preclaro esempio di devozione nella sua versione più cinica (e intrinsecamente blasfema); non fede in un messaggio religioso bensì sottomissione al potere di un’istituzione bimillenaria.

Quanto i liberali francesi dell’Ottocento avevano combattuto all’insegna del “libere Chiese in libero Stato”; principio importato qui da noi al singolare da Camillo Benso conte di Cavour. Le recenti, plateali, condiscendenze al religioso dei giovani leader, che dovrebbero guidare l’Italia all’uscita dalla crisi, ci dicono due cose; una generale e l’altra personale:

1) i nuovi animali politici, oggi in campo, hanno annusato l’umore prevalente nel ventre del Paese, traendo la convinzione che il suo bisogno di certezze richieda il ripiegamento su tradizioni arcaiche di sottomissione salvifica al Dogma. Ossia il contrasto di ogni forma di secolarizzazione che favorisca orientamenti critici e secolarizzati, propri di una cultura evoluta;

2) questi rampanti della politica, attualmente in fitto dialogo tra loro, non nutrono il benché minimo orientamento alla laicità. Probabile conseguenza per Di Maio dell’essersi formato in un ambiente in cui si venerava la memoria di Giorgio Almirante, non solo cultore della dottrina razzista ma anche militante nel totalitarismo di destra fino al suo crepuscolo a Salò; per Matteo Salvini, cresciuto a pane e politica fin dalla più tenera età, il dato rivelatore dell’aver tentato l’inquietante fusione di leghismo e totalitarismo di sinistra sotto forma di “comunismo padano”.

Ovviamente nessuno si permette di mettere in discussione le scelte dei singoli in materia religiosa. Seppure indicative di una mentalità e di una cultura. In ogni caso dovrebbe valere anche per loro quanto ci hanno insegnano i Padri fondatori della tanto ammirata (dai due giovanotti in questione) Repubblica degli Stati Uniti: “nessuno può essere costretto a partecipare o a contribuire pecuniariamente a qualsivoglia culto, edificio o ministero religioso”. Come scrisse Thomas Jefferson ad Abigail Adams in una lettera del 1787.

Tra le tante garanzie da richiedere al “nuovo che avanza” c’è anche quella che certi omaggi vassallatici siano solo una gag elettoralistica; e non diventino parte integrante dell’idea di Paese che si intende promuovere.