L’operazione larghe intese di Nicola Zingaretti va in porto. Alla prima seduta del Consiglio regionale del Lazio, i voti del Partito Democratico risultano decisivi per eleggere due vicepresidenti d’Aula espressione dei due partiti d’opposizione che hanno assicurato una linea di credito al governatore: Forza Italia e Movimento 5 Stelle. Non solo. Le assegnazioni dei nuovi incarichi mettono in luce l’accresciuta forza di Dario Franceschini nel Pd romano.

Il ministro uscente dei Beni Culturali oggi si vede rappresentato alla Pisana dal presidente del Consiglio, Daniele Leodori – vicino a Bruno Astorre – rieletto presidente, e dalla moglie e leader di corrente nella Capitale, Michela Di Biase – vicina ai renziani di Luciano Nobili – che ha ottenuto come previsto il ruolo di segretario d’Aula. Leodori e Di Biase si erano candidati in ticket. Ad oggi, la franceschiniana non si è ancora dimessa da capogruppo in Campidoglio (ben quattro gli incarichi) anche se fonti Dem parlano addirittura di un imminente uscita dall’Aula Giulio Cesare.

Nonostante la cosiddetta “anatra zoppa” – la ‘maggioranza’ ha 25 consiglieri, la ‘minoranza’ ben 26 – a uscire spaccate risultano invece le opposizioni. Il centrodestra ha dato via a un vero e proprio derby sia per il vice presidente che per il segretario d’Aula, dove il gasparriano Adriano Palozzi ha sovvertito, proprio grazie ai voti democratici, il pupillo di Antonio Tajani (e Claudio Fazzone), Giuseppe Simeone. Crepe anche fra i pentastellati, con Valentina Corrado – non eletta d’un soffio al segretariato – che ha contestato pubblicamente l’operato della neo capogruppo Roberta Lombardi, etichettandola come “divisiva”.

Il primo punto il Pd lo ha messo a segno con l’elezione alla terza votazione, a scrutinio segreto, di Daniele Leodori. Mister preferenze, infatti, ha ottenuto 29 consensi contro i 26 necessari (e i 25 del centrosinistra compatto). Probabilmente i 4 voti in più sono arrivati da Forza Italia e, si suppone, dai consiglieri che rispondono a Palozzi. Fino alla sera prima, infatti, le due anime forziste avevano discusso animatamente – eufemismo – per capire come accaparrarsi le poltrone messe a disposizione da Zingaretti, una netta spaccatura interna che va avanti da prima dell’avvio della campagna elettorale.

Di qui la decisione di “contarsi”. Così, magicamente, almeno 3 dei 4 voti necessari al pupillo di Gasparri (e di Francesco Aracri) sono arrivati dal centrosinistra (2 dal Pd), mentre Simeone è rimasto a bocca asciutta, probabilmente penalizzato dalle dichiarazioni di esponenti azzurri che avevano indicato la scheda bianca nella votazione per il presidente. Risultato: Palozzi 11, Simeone 9. E le imprecazioni di quest’ultimo che arrivano chiare alle orecchie dei cronisti. L’altro vicepresidente d’Aula (vicario) è il pentastellato David Porrello, che ha beneficiato dei 10 compatti del M5S, di 4 voti Dem su indicazione del capogruppo Mauro Buschini e, probabilmente, del civico Sergio Pirozzi.

Centrosinistra abbastanza compatto anche sui segretariati d’Aula. Dei 25 voti a disposizione, 12 finiscono a Di Biase, 11 al ‘civico’ Gianluca Quadrana e 2 sono schede bianche. Qui, però, si consuma la spaccatura nel M5S. I pentastellati votano in blocco (10) Valentina Corrado, avversaria di Roberta Lombardi alle regionarie, ma la spaccatura nel centrodestra ferma il leghista Daniele Giannini a quota 10, orfano di 7 consensi finiti all’altro salviniano, Enrico Cavallari (probabilmente giunti da una parte di coloro che avevano votato per Palozzi).

Il terzo segretario, però, lo farà Giannini, anagraficamente più anziano dell’esponente pometina. La quale accusa la sua capogruppo di non aver “fatto lo stesso lavoro politico messo in campo per il vicepresidente”. Probabilmente Lombardi sarebbe potuta andare a intercettare le due ‘bianche’ non finite a Di Biase, ma allo stesso tempo non c’era l’interesse a rompere l’equilibrio creato alla vigilia. E non è nemmeno un caso che a coadiuvare l’ex parlamentare in Pisana ci fosse anche il neo-senatore – e amico personale – Emanuele Dessi’.

In chiave Pd le indicazioni a questo punto sono piuttosto evidenti. Con la votazione odierna, Dario Franceschini acquista forza e si conferma ago della bilancia (nonché unico collante) fra i gruppi dei renziani, gentiloniani e orfiniani e i “zingarettiani” pronti a sostenere il governatore nella sua corsa al Nazareno. Una posizione decisiva, la sua, in vista del prossimo congresso. Il puzzle si completerà, a questo punto, con le assegnazioni delle commissioni, dove Marco Vincenzi, Eugenio Patanè e gli orfiniani reclamano posizioni di vertice, in virtù del passo indietro interno e del travaso di voti operato verso azzurri e pentastellati.