Dopo la sospensione dell’intesa con l’Unhcr, il premier Benyamin Netanyahu ha annunciato “la decisione di annullare” tout court l’accordo sul ricollocamento in Paesi occidentali di migliaia di migranti africani che vivono in Israele. “Ho ascoltato con attenzione i molti commenti, ho riesaminato i vantaggi e le mancanze e ho deciso di annullare l’accordo”,  ha spiegato, dopo essersi incontrato con il ministro degli interni Arie Deri. “Malgrado le limitazioni giuridiche e le crescenti difficoltà internazionali continueremo ad agire con determinazione per ricorrere a tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per far uscire gli infiltrati dal Paese”, si è però impegnato incontrando gli abitanti dei rioni sud di Tel Aviv dove è forte la presenza di migranti africani. Israele “continuerà a cercare altre soluzioni”.

L’Onu nel pomeriggio ha chiesto a Netanyahu di “riconsiderare” la sua decisione di annullare l’accordo sui migranti. “Continuiamo a credere nella necessità di un accordo vantaggioso per tutti che possa giovare a Israele, alla comunità internazionale e alle persone che hanno bisogno di asilo – ha spiegato un portavoce dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) -e speriamo che Israele riconsideri presto la sua decisione”.

All’origine della decisione di Netanyahu, scrive la stampa, vi sono le proteste degli abitanti dei rioni poveri – che vorrebbero una espulsione massiccia ed immediata dei migranti – nonchè forti critiche all’intesa mosse da esponenti del Likud, il suo partito, e dal partito nazionalista Focolare ebraico.Ieri peraltro Paesi indicati da Netanyahu come esempio di una possibile destinazione dei migranti – fra questi Italia e Germania – hanno smentito di aver dato alcun assenso all’intesa fra Israele e l’Alto commissariato dell’Onu.

A citare il nostro Paese tra quelli individuati per la ricollocazione che riguarda complessivamente 16.250 migranti eritrei e sudanesi (di cui 6.000 nel primo anno) era stato lo stesso Netanyahu. Secondo il presidente Israele era arrivata ad un accordo con l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e che si trattava di “farli uscire”, destinandoli “verso i Paesi più progrediti come il Canada o la Germania o l’Italia“.

Una dichiarazione che, nel giorno di Pasquetta, ha scatenato un vorticoso giro di telefonate tra Roma e Israele. E viceversa. Mentre già si rincorrevano le prime dure reazioni della politica, con le prese di posizione di Maurizio Gasparri di Forza Italia e di Roberto Calderoli della Lega, è arrivata la precisazione-smentita della Farnesina: “Non c’è alcun accordo con l’Italia nell’ambito del patto bilaterale tra Israele e l’Unhcr per la ricollocazione, in cinque anni, dei migranti che vanno in Israele dall’Africa e che Israele si è impegnata a non respingere”. Stessa smentita è arrivata, secondo i media israeliani, con la Germania: fonti dell’ambasciata tedesca in Israele hanno negato che sia stato chiesto di accogliere sul proprio suolo migranti. Reazioni che hanno spinto l’ufficio di Netanyahu a chiarire e precisare: quello sull’ Italia “era solo un esempio di un paese occidentale. Il primo ministro non intendeva in modo specifico l’Italia”.

Fatta l’intesa di massima con l’Unhcr per ricollocare in paesi terzi i migranti sudanesi e eritrei, scongiurando il contestato rinvio in Africa, mancavano dunque gli accordi con i futuri Stati che li accoglieranno. Come ha spiegato la portavoce dell’Unhcr per il Sud Europa, Carlotta Sami. “Solamente previo accordo con il governo italiano – ha detto Sami – potrebbero arrivare in Italia alcuni rifugiati provenienti da Israele solo a titolo di ricongiungimento familiare con parenti che già vivono qui, si tratta in sostanza di pochissimi e specifici casi”. Dopo alcune ore, però, Netanyahu ha prima sospeso e poi annullato l’accordo.

Saranno le prossime settimane a chiarire dunque quale sia il destino del primo scaglione di circa 6000 persone sul totale di 16.250 che partiranno da Israele in 5 anni. L’altra metà su 37-38mila migranti africani, secondo l’intesa poi stoppata, dovrebbero restare in Israele come residenti permanenti. Come ha spiegato il ministro degli interni Arie Deri in conferenza stampa, otterranno visti di lavoro e saranno destinati verso località dove potranno rendersi utili. Sul piano del governo Netanyahu riguardo i migranti illegali africani c’è stato un lungo braccio di ferro politico. Il progetto prevedeva l’espulsione, incoraggiata con una cifra di 3500 dollari a testa, in un paese terzo africano indicato da molti media come il Rwuanda. Per chi non avesse accettato c’era la detenzione fino, successivamente, all’allontanamento coatto.

Un piano contro cui si sono scagliati i partiti del centrosinistra e le ong dei diritti umani con manifestazioni nel paese. Ma soprattutto la Corte Suprema israeliana che di fatto ha bloccato il piano del governo dandogli tempo fino al prossimo 9 aprile per giustificare le sue intenzioni. In mancanza, è presumibile che sarebbe scattata la bocciatura definitiva.