Collegialità, condivisione, gestione collettiva, anche discontinuità dicono. Ma la composizione delle liste dei candidati scavalca a piè pari i risultati disastrosi delle elezioni e il Pd si prepara a votare come capigruppo in Parlamento figure di indubbia fede, renziana naturalmente. A poche ore dalle assemblee dei parlamentari di Camera e Senato i candidati in prima fila sono Lorenzo Guerini e Andrea Marcucci: il primo da anni è il principale ufficiale di collegamento delle segreterie di Renzi con le minoranze, prima quella guidata da Pierluigi Bersani ora quella di Andrea Orlando, il secondo è invece tra i principali peones dell’ex segretario, primatista di produzione di dichiarazioni in agenzia di stampa a sostegno del capo. Due scelte che non sono proprio il massimo per le pattuglie delle minoranze (e forse anche delle correnti diventate “critiche” con Renzi dopo il disastro del 4 marzo). “Faremo opposizione dura e responsabile”, assicura infatti il reggente Maurizio Martina. Ma sono i renziani a non fidarsi del “correntone” trasversale alla maggioranza e alla minoranza del partito, che non vorrebbe chiudere ogni spiraglio. Anche perché nel Pd si crede poco agli occhiolini che ogni tanto il Movimento Cinque Stelle sembra rivolgergli.

L’aria è frizzantina, come si capisce anche dalle parole del capogruppo uscente, Ettore Rosato: “Capisco il grande sforzo di Maurizio Martina per costruire un quadro di collegialità. Ma, senza preoccupazioni, proprio per garantire quella collegialità andrei a fare una discussione nei gruppi parlamentari grazie alla quale sono certo che i nostri deputati, che sono anche dirigenti del Pd, potranno arrivare a conclusioni le più condivise possibile”.

Così ora la rosa di candidature si allarga. E abbraccia un pezzo da novanta come il ministro uscente Graziano Delrio, renziano ma che più volte si è dimostrato forte abbastanza per essere indipendente, ma è stato lui stesso a dire di no. Al Senato il nome su cui si potrebbe convergere è quello di Tommaso Nannicini, ex consigliere economico di Palazzo Chigi e attuale responsabile per l’attuazione del programma della segreteria (dimissionaria) del Partito Democratico. O ancora, come raccontano fonti renziane, il punto di caduta per Palazzo Madama – insieme a Guerini – sarebbe quello di Teresa Bellanova, viceministra uscente allo Sviluppo, ex sindacalista, ex dalemiana diventata renziana di fede assoluta. Un terzo nome che si fa per il Senato è quello di Gianni Pittella, autorevole per il fatto di essere stato presidente dell’Europarlamento oltre che capogruppo dei Socialisti e democratici a Strasburgo e equilibrato perché renziano ma non di fede cieca e di estrazione socialista.

L’intesa è difficile e il rischio è di andare alla conta, con i renziani pronti al voto segreto, forti di almeno 32 voti su 54 al Senato e di una settantina su 111 alla Camera. Un’altra spaccatura metterebbe ulteriormente in crisi il Pd dopo la botta delle urne. Il che non aiuterebbe a ritrovare lucidità in eventuali (anche se remote, per il momento) trattative per la formazione di una maggioranza di governo.

Tutti questi ragionamenti, peraltro, si legano all’altra partita di questi giorni, quella dei vicepresidenti. Il M5s ha annunciato – anche come timido segnale di disponibilità – che rinuncerà a uno dei posti che gli spetta come vicepresidente della Camera e del Senato per cederlo al Pd. E come sarà “utilizzato” dal Pd? Diciamo che le minoranze non sono granché premiate e nemmeno si può parlare di “discontinuità”. Anzi, gira voce che il nome per la vicepresidenza di Montecitorio sarebbe quello di Matteo Orfini, presidente del partito. Il ragionamento è che lì il presidente è Fico – che quindi avrà molto potere sul calendario dei lavori – e qui non si può certo “usare il fioretto”. Un altro possibile è certamente Ettore Rosato. E’ vista meno complicata la partita del Senato dove il nome dei democratici potrebbe essere quello di Anna Rossomando, che sarebbe la candidata orlandiana anche alla guida del capogruppo e sarebbe così “risarcita” (sia lei sia la corrente: in seconda battuta potrebbe diventare vice della Camera l’ex ministra Barbara Pollastrini). Ma se il capogruppo sarà la Bellanova rientrerebbe nella rosa anche Marcucci. Ma la lista si estende al franceschiniano Franco Mirabelli, alla ministra uscente Roberta Pinotti, ancora a Pittella e anche Matteo Richetti. Ma la partita vicepresidenze si chiuderà solo dopo la nomina dei capigruppo.