L’Italia è il maggior esportatore netto di mafie in Europa (lo dice Europol), così siamo tentati di pensare che cosche e ‘ndrine portino semplicemente all’estremo alcuni vizi italici o presunti tali: il familismo (naturalmente amorale), lo scarso senso dello Stato, il malaffare politico e amministrativo. Eppure, le mafie e i mafiosi, autoctoni o d’importazione che siano, prosperano in tanti Paesi del mondo, diversissimi tra loro. E spesso hanno caratteristiche simili, anche a migliaia di chilometri di distanza. Pensiamo ai codici d’onore: a parte l’ovvio divieto di raccontare agli “sbirri” i fatti dell’Organizzazione, pilastro di qualunque gruppo criminale, la regola di non mettere gli occhi sulle mogli (trattasi di mondi ancora molto maschilisti) di altri affilati non è una paturnia esclusiva di vecchi corleonesi con coppola e lupara, ma vige anche nella Yakuza giapponese e nelle triadi cinesi, oltre che in quel che resta della mafia italoamericana. Il rito di affiliazione dei vory, i mafiosi russi (o meglio, russofoni), non è molto diverso da quello tipico di Cosa nostra e ‘ndrangheta, anche se si conclude con un tatuaggio invece che con una punciuta di spillo o un santino che brucia. I frequenti rimandi religiosi, dipinti nella pelle o esibiti durante le processioni di paese, accomunano boss russi e italiani, così come la secca proibizione dell’omosessualità. E un funerale in perfetto stile Casamonica, con tanto di cocchio e cavalli, è andato in scena, pensate un po’, a Salford, appena fuori Manchester, il 28 agosto 2015, otto giorni dopo quello del boss nostrano Vittorio. Il defunto, o meglio l’ammazzato, era l’inglesissimo Paul Massey, storico ras criminale della zona, attivo nel traffico di droga, nel pizzo ma anche, con società proprie, nell’economia lecita e nella beneficenza, circondato da omertà (in inglese si chiama wall of silence) e consenso sociale. Nel 2012 si era persino candidato a sindaco (e chissà se c’è un equivalente inglese per “impresentabile”).

A guidarci in un illuminante e super documentato viaggio tra boss e picciotti di tutto il mondo è il libro Vita di mafia. Amore, morte e denaro nel cuore del crimine organizzato (Einaudi, 268 pagine, 19 euro) di Federico Varese, criminologo dell’Università di Oxford (a ridosso della chiusura delle liste ha stupito un po’ tutti annunciando la propria candidatura nella circoscrizione Europa per Liberi e uguali, per le elezioni del 4 marzo). Nel libro, Varese ricostruisce appunto il ciclo di vita tipico di un mafioso, dall’affiliazione alla successione post mortem, passando per voci come denaro, amore, politica. E lo fa attraverso una miniera di storie, personaggi, aneddoti. Raccontando tanti mafiosi diversi – italiani, italoamericani, russi, giapponesi, cinesi soprattutto – lo studioso ci fa capire che la “mafiosità” ha alcune caratteristiche unificanti che si fanno beffe di latitudini e tradizioni. E ci conferma che la nascita e lo sviluppo delle mafie ha poco a che fare con presunte attitudini “culturali” di determinate popolazioni, e molto con le condizioni materiali che si verificano in particolari epoche storiche.

Per esempio, la costellazione criminale che forma la cosiddetta mafia russa, che Varese studia da vent’anni, nasce nell’800, viene quasi spazzata via in epoca sovietica, ma risorge più forte di prima quando il collasso del sistema comunista spiana la via al capitalismo selvaggio, senza che lo Stato abbia strutture abbastanza solide e affidabili per regolarne le controversie. Così la parola passa ai kalashnikov. “I gangster russi, i mafiosi siciliani, la yakuza, si sono formati tutti in società in cui si è verificata un’improvvisa e tardiva transizione all’economia di mercato, senza che vi fosse un’infrastruttura affidabile in grado di salvaguardare i diritti di proprietà e risolvere le dispute commerciali”, scrive Varese.

Vita di mafia, però, non è un saggio accademico, anzi. Il professore di Oxford racconta fra l’altro del suo brindisi con il boss russo Nikolai Zykov, nei ruggenti primi anni Novanta, che da lì a poco sarà ammazzato. Fa una cronaca sul campo di come le triadi abbiano contribuito a reprimere la protesta pacifica degli studenti di Hong Kong contro il governo di Pechino. Cita intercettazioni e atti giudiziari. E spesso lancia uno sguardo non convenzionale sulla questione criminale. Per esempio, nelle tante pagine dedicate a mafia e cinema. Mentre noi discutiamo sui possibili danni educativi di serie come Gomorra, Varese ci racconta di un film del 1998, Casino. Ideato e prodotto da Wan Kuok Koi, alias “Dente rotto” Wan, boss della triade 14k di Macao, capitale cinese del gioco d’azzardo, uso a girare per l’ex colonia con una vistosa Lamborghini viola. Prima dell’uscita nelle sale, il boss organizza una proiezione privata con lo staff di produzione. Al termine è furibondo. Invece della pellicola agiografica che si aspettava, scrive Varese, quello che vede è “una storia cupa in cui il protagonista è un criminale violento e impulsivo, consumato dal vizio del gioco”. “Non c’è stato nemmeno un applauso, ma alla fine siamo tornati tutti a casa vivi”’, si rallegrerà il produttore in un’intervista al New York Times.

LA FRASE – Quello che mi affascina e mi spaventa è la loro capacità di produrre una forma di ordine sociale che, con il tempo, diventa normale. Chi ignora questa realtà non avrà gli strumenti per combattere l’ingiustizia mafiosa

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