La prima serata di Sanremo 2018 non riserva particolari sorprese, sia tra gli ospiti che tra i cantanti in gara. Hanno cantato tutti e venti gli artisti e la conduzione è stata snella, di modo che potessero esibirsi in rapida successione tutti i concorrenti. Tra gli ospiti, Fiorello si dimostra sempre un fuoriclasse, soprattutto quando è costretto a improvvisare; Morandi è Morandi, Tommaso Paradiso è inspiegabile. Fin qui, dunque, tutto nella norma. Siccome però devo indicare il migliore e il peggior momento musicale, mi sembra giusto parlare dei venti cantanti della competizione.

Scegliere il peggior momento è davvero difficile. Perché questo Barbarossa (testo furbo e inadeguato al suo standard) sta alla grande canzone romana come D’Alessio sta alla grande canzone napoletana; perché c’è bisogno che qualcuno dica a Ruggeri che dedicare a Bowie una canzone di Sanremo è come dedicare a Stanley Kubrick una puntata di Un posto al sole (e che Bowie a Sanremo ci sia passato come ospite, non credo basti); perché Fabrizio De André diceva che si potrebbe concepire Sanremo come una gara di ugole – per questo non andava –, e Caccamo dovrebbe seguire l’esempio dei grandi maestri (e invece no); perché gli Elii erano troppo stanchi per essere veri.

Detto questo, però, scelgo Lo Stato sociale come peggior momento. La canzone è fresca e riuscita nel suo intento, quindi sarebbe un paradosso sceglierli fra i peggiori, ma lo faccio perché, se è vero che questo vuole essere il Sanremo in cui tornano le canzoni al centro, ascoltarli fa venire in mente che l’Italia sia una Repubblica freak fondata sul televoto. Sono completamente televisivi, fino al punto da far mangiare la foglia. Ne sia un esempio il primo piano del cantante col resto della band sullo sfondo: è un videoclip vero e proprio, brano pensato per l’impatto video, con l’effetto da circo freak della signora “vagamente attempata” che balla spericolata. Puntano ai voti da casa, e forse li avranno e saranno importanti quando il televoto varrà il 50%. È qualcosa che va oltre Gabbani, ma molto meno di una canzone decente.

Tra i momenti migliori inserisco di certo il brano di Ron, scritto da Lucio Dalla: delicatissimo, forse troppo per Sanremo; il coraggio di Gazzè di portare una canzone così letteraria e farla sembrare perfettamente a proprio agio su quel palco; l’equilibratissima esibizione di Nina Zilli; Renzo Rubino, che può sorprendere, soprattutto perché suppongo che le altre sere canterà fra i primi e, si spera, meglio di così. Scelgo però Ermal Meta e Fabrizio Moro: brano per niente facile e scontato come si potrebbe pensare, in cui sembra che Moro sappia cantare e Meta no. Credo dipenda dal fatto che i due cantino i passi che hanno rispettivamente scritto, e quelli di Moro sono di altro livello, più fluidi. Comunque è un pezzo che a Sanremo funziona. Propone iconicamente le tematiche care a Moro soprattutto, ma anche quelle di Meta. È un “Vietato morire” con l’intenzione di “Pensa”, è una canzone che rispecchia le loro tematiche, la più riuscita in sé e nel rapporto con quel palco. Se non la squalificano, può addirittura vincere.

Ultimo appunto. Giallo, Blu e Rosso della classifica finale sono l’emblema della Trilogia di Baglioni, le vie dei colori. Altro indizio simbolico della poetica del direttore artistico. Bello.

Questo al primo ascolto. A domani.