Ciascuno di noi porta dentro di sé un po’ di quel che è Roberto Giachetti, il deputato non deputato del Pd, il maggiorente non maggiorente, il liberal no liberal. Al mattino lui, quando si sveglia, vuole essere come si è ripromesso prima di prendere sonno: generoso, tignoso, appassionato, disinteressato. E anche radicale, nel suo significato più denso e profondo, cioè rivoluzionario e aperto al mutamento dei costumi. E anche liberale, nel suo significato più denso e profondo, cioè rigoroso nel dare valore e identità all’individuo, alle sue scelte, ai suoi meriti.

Siamo tutti un po’ Giachetti al mattino. Anche burberi, istintivi, qualche volta lunatici però buoni come il pane, e seri che di più non si può. E sinceri: diciamo la verità. Così siamo: prendere o lasciare.

Poi viene la sera. E’ il buio che frega Giachetti e frega un po’ anche noi. Perché la luce che si appanna, fino a spegnersi, consuma tutta la nostra virtù. Inizia la vita parallela della nostra coscienza: un pizzico più bugiarda, appena un po’ più stronza, quel tantinello ossequiosa perché puoi mai sapere cosa ti accade? E legata anche al dettaglio materiale della nostra esistenza: alla fin fine i soldi servono e serve un impiego.

A sera e di malavoglia siamo di nuovo tornati Giachetti nella versione uno: paraculo come pochi.